Archivi categoria: Economia

Sylos Labini e la crisi italiana

Pubblico l’Introduzione ad un libretto di Paolo Sylos Labini che risale al 1994 intitolato “La crisi italiana”. Labini era un economista e insegnava alla Facoltà di Statistica della Sapienza di Roma.

In questa breve premessa si cita la necessità di riformare lo Stato sociale e si affronta il tema delle caratteristiche del sistema economico italiano dove “l’area pubblica è fra le più estese dei paesi industrializzati”.

“In Italia – si legge – l’allargamento dell’intervento pubblico è stato favorito da correnti dottrinarie diverse, come la dottrina sociale cristiana, il keynesismo. il coroprativismo, il marxismo”. D’altra parte la “statizzazione”, che comunque è stato un processo esteso a diversi paesi, inclusi gli Usa, in Italia “ha significato controllo esercitato dai partiti sulle imprese e sulle banche statizzate, con vantaggi di potere e con vantaggi economici”. Labini argomenta, nel 1994, a favore delle privatizzazioni perché “l’allargamento dell’area statale è andato ben oltre i limiti fisiologici”. Tuttavia, l’atteggiamento favorevole di Labini verso il mercato, che delimita il campo progressista respingendo l’idolatria statalista, implica l’idea di un’attività regolamentata. Perché il mercato è “un complesso prodotto giuridico e istituzionale” e non un vuoto riempito da azioni di singoli mossi dal loro tornaconto personale.
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Nazionalismo e vecchi merletti

Il nazionalismo , all’epoca della costituzione dell’Unione europea, è la soluzione o il problema?
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Silicon Valley, cresce economia e gap tra ricchi e poveri

La Silicon Valley, sede delle principali aziende di alta tecnologia come Apple, Cisco, Facebook e Google, si conferma un centro pulsante dello sviluppo degli Stati Uniti registrando nuovi sorprendenti tassi di crescita economica ma deve affrontare un problema di diseguaglianze sociali.

Nell’area, che segna un incremento straordinario di immigrati (+52%), aumenta in modo significativo l’occupazione (+3,4%, balzo in avanti maggiore dell’ultimo decennio) – guidata soprattutto dall’industria di Internet, dei servizi informatici e del design hardware – il reddito familiare (+2,8%), l’innovazione (+11% di brevetti), gli investimenti di venture capital e al tempo stesso si accentuano le distanze tra gruppi abbienti e meno abbienti.
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Partecipazione + democrazia = management Semco

Può funzionare un’azienda in cui i dipendenti decidono orari, turni, stipendi e vengono fatti ruotare gli incarichi? Ci muoviamo nel regno di Utopia quando descriviamo un’impresa con norme interne ridotte all’essenziale, senza organigramma, nella quale gli operai stabiliscono quanto produrre, se trasferire un impianto e votano i loro dirigenti?

Niente fantasticherie, siamo alla Semco. La società si trova in Brasile e produce tanto beni come lavastoviglie, impianti di refrigerazione e scanner digitali quanto servizi finanziari, soluzioni di mailstream o consulenza ambientale, avendo nel tempo diversificato le sue attività ben al di là del settore manifatturiero di partenza. Semco ha sviluppato anche significative partnership internazionali con Philadelphia Mixers, Cushman & Wakefield Inc. e ISS (Goldman Sachs/EQT).
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Race against the machine

L’impatto e gli effetti della rivoluzione tecnologica digitale, uno dei principali fattori di trasformazione dell’economia contemporanea, sul mondo del lavoro non sono ancora compresi a fondo. I vantaggi sono molti ma la velocità del processo di cambiamento indotto comporta dei rischi sull’occupazione da considerare con attenzione.

E’ il tema affrontato da un articolo scritto da Leslie Brokaw comparso sul sito di MIT (Massachusetts Institute of Technology) Sloan Management Review che recensisce “Race against the Machine”, un e-book di Erik Brynjolfsson, economista e direttore del MIT Center for Digital Business, e Andrew McAfee, direttore associato e ricercatore scientifico nello stesso centro, appena uscito, dedicato al problema della portata sociale ed economica dei cambiamenti ingenerati negli Stati Uniti dalla tecnologia digitale.
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Mercato

Il mercato cos’è? Qualcosa che va oltre il giusto e l’ingiusto? L’al di là del bene e del male? Anzi ciò che stabilisce ciò che è bene e ciò che è male? A me non pare che questa visione sia condivisibile altrimenti non si direbbe che bisogna fissare delle regole per il mercato.

Se il mercato ha bisogno di regole vuol dire che non è il decisore ultimo delle sorti dell’umanità. Ma ancora più sorprendente di questa visione è che disumanizza il mercato, cioè lo rende un meccanismo autonomo spogliato di ogni controllo della coscienza umana.

Il mercato è o non è qualcosa che ha a che vedere con il comportamento umano? Se il mercato decide che bisogna dare un valore a delle cose o a delle prestazioni si potrà pure discutere di quel valore assegnato o no?

Questo considerare il meccanismo del mercato come il Regolatore supremo per me è una concezione da respingere; in realtà rappresenta una sorta di totem della società contemporanea a cui gli uomini si inchinano avendolo creato essi stessi.

A cosa tende il mercato? Ad una situazione di anomia, cioè di assenza di regole? Oppure alla concentrazione monopolistica, quindi alla negazione della concorrenza? O invece alla crisi, al collasso? Cos’è che determina la crisi? La competizione porta alla autodistruzione?

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