Della retorica del dovere civico

“Ma tutto questo Alice non lo sa” – Francesco De Gregori

Della retorica del “dovere civico” che sottende una concezione della partecipazione politica e del diritto di voto da Stato autoritario.

Non per caso la formulazione viene stabilita all’art. 48 della Costituzione come compromesso tra due diverse visioni dei Costituenti, l’una sostenuta dai fautori dell’obbligatorietà del voto (con annessa sanzione penale), l’altra favorevole a considerare il voto in termini di diritto di libertà.

Nel T.U. 361/1957 erano previste sanzioni amministrative a carico di chi non partecipava alle elezioni politiche (ma non al referendum) senza giustificato motivo : iscrizione del nome in un elenco esposto nell’albo comunale e la menzione della mancata partecipazione al voto nel certificato di buona condotta rilasciato dal sindaco.

Sanzioni che sono state eliminate nel 1993. Col tempo è prevalsa una interpretazione del “dovere civico” orientata a considerarlo un richiamo morale o una responsabilità morale verso la cittadinanza.

Non partecipazione come posizione politica

La questione della non partecipazione al voto in caso di referendum rileva però sotto il profilo politico. La mancata partecipazione non è di per sé, innanzitutto, sinonimo di delegittimazione dell’istituto referendario come una certa retorica politica vorrebbe far credere.

D’altra parte, appare infondata l’idea che l’atteggiamento di chi non partecipa al voto non abbia incidenza (o peso) sul piano politico. Avrebbe qualche valore se il referendum in Italia fosse senza quorum. Ma l’articolo 75 del Costituzione italiana recita :

“La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.

Sicché, chi non va a votare può decidere delle sorti del referendum in Italia, sulla sua validità. Il non voto è una presa di posizione politica in grado di decidere il fallimento o meno di un referendum. D’altro canto, non è detto che la promozione di un referendum abbia di per sé un valore intrinseco. Dipende dal suo contenuto anche perché in Italia il referendum (nazionale) ha carattere abrogativo.

Il referendum di solito è promosso da una minoranza dei cittadini del paese. Certo, una minoranza qualificata ma sempre una minoranza. E chi lo ha detto che la stragrande maggioranza dei cittadini debba trovarsi d’accordo con la promozione e il contenuto di uno specifico referendum? Non posso impedire ad una minoranza di miei simili cittadini di attivarsi per promuovere un referendum (la legge lo consente). Ma questa minoranza non può impedire a me e alla stragrande maggioranza di concittadini di pensare fosse inopportuno promuovere quello specifico referendum .

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