Renzi, neoliberista ed erede di Berlusconi secondo i suoi critici

Bisogna fare i conti con la concezione (rectius : aspirazioni) di Matteo Renzi non attibuendogli un carattere fittizio.
Le due principali accuse mosse all’indirizzo di Renzi sono quella 1) di attuare una politica neoliberista 2) di essere l’erede di Silvio Berlusconi .

Neoliberismo

Uno degli aspetti chiave per qualificare un indirizzo neoliberista è sul versante della regolazione economico-sociale. Secondo alcuni autori, la cd modernizzazione neoliberista si caratterizzerebbe per una “vocazione totalitaria del #mercato “, mercato che tenderebbe a “porsi come l’unico principio di regolazione economico-sociale”.
In questo senso, il neoliberismo ridimensionerebbe il ruolo dello Stato e metterebbe in discussione il suo intervento in materia di welfare, le cui prestazioni di natura universalistica verrebbero contestate.

Rientra in questo filone la politica del governo attuale? Almeno a parole Renzi sostiene di voler introdurre tutele per chi non ce le ha (quindi estendere le tutele), e creare “un mondo nel quale esista una rete di strumenti di welfare che sostenga chi perde il lavoro e lo metta in condizione di trovarne un altro”.

Stefano Fassina, uno degli esponenti della “sinistra” Pd, in polemica con la maggioranza alla testa del suo partito, contesta che “la parte che dovrebbe contrastare la precarietà è puramente virtuale e senza risorse”.
Quindi, non mette in dubbio, per questo aspetto del Jobs Act, che l’intervento vi sia ma la mancanza di risorse necessaria a realizzarla.
Qui, certamente, c’è un punto da verificare. In gioco, c’è la linea di differenziazione tra una politica socialista e una politica meramente “liberale”. L’ambizione del governo Renzi è di realizzare un modello di welfare più dinamico e flessibile introducendo una tutela allargata a settori che ne sono privi, e rimettendola più propriamente nelle mani dello Stato. E’ neoliberismo questo? Perfino Luciano Gallino, avversario della flessicurezza, deve riconoscere una qualche validità al sistema adottato in Danimarca che ha realizzato una combinazione virtuosa tra mercato del lavoro flessibile, welfare e politiche attive del lavoro.

“Pare corretto dire – afferma Gallino – che sebbene la flessicurezza non abbia affatto accresciuto in Danimarca il tasso reale di occupazione, essa ha comunque fornito alla popolazione attiva un grado di sicurezza oggettiva e soggettiva di fronte al rischio di disoccupazione e precarietà probabilmente superiore a quello degli altri paesi dell’Unione europea. Appare dunque ragionevole ipotizzare che l’importazione di qualcosa che assomigli al modello danese di flessicurezza, magari parziale, potrebbe risultare utile per rendere sostenibile la flessibilità anche in Italia”.
Realizzare, tuttavia, una riforma improntata sul “modello scandinavo” (per virtù e differenze di questo modello e le sue scaturigini vedi Paolo Borioni) senza le risorse per le misure di sicurezza sociale significherebbe per il socialismo rimanere sul terreno del liberalismo. Questo deve essere senz’altro puntualizzato.

Berlusconi

Matteo Renzi, secondo qualche malizioso critico, sarebbe l’erede di Silvio Berlusconi. Dove si è mai visto un erede testamentario, che non è stato designato formalmente dal de cuius, e che ne rifiuta l’eredità?
La politica, in questi anni, ha subito dei mutamenti fondamentali. In Italia, sono state create formazioni politiche, mere appendici di una singola personalità, auto-nominatasi capo politico. Adesso, qualcuno (i fan sfegatati della prima ora di questo indirizzo) si lamenta che queste “creazioni” non abbiano vita propria.
In Italia, abbiamo assistito ad una inversione produttiva : è il leader che crea il (suo) partito e non il partito che crea i (suoi) leaders.
Silvio Berlusconi è stato uno dei principali e impenitenti attori di questa tendenza. Dal suo particolare punto di vista non esiste un (suo) partito senza che ne sia a capo. Infatti, chi ha messo in discussione la sua leadership è stato obbligato a uscire dal partito.
Matteo Renzi può essere assimilato a questa tendenza? Nemmeno per sogno. Renzi è un’espressione del Partito democratico. Come ieri lo è stato Bersani. Da quest’ultimo, però, lo differenzia la visione del partito. Più conflittuale, stile democrats americani, e meno ecumenica. Il partito rappresenta un campo (un agone) dove i diversi leader con diversi programmi si contendono la leadership del partito. Le primarie servono a questo. Chi vince prende il bastone del comando e, insieme al suo staff, decide. E’ una visione “presidenzialista” del partito. E’ un approccio assai diverso da quello professato da altri esponenti del PD. Da una concezione più tradizionale dove lo stile di leadership si coniuga con una idea più collegiale della direzione del partito.

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