Archivi del mese: dicembre 2014

Renzi, neoliberista ed erede di Berlusconi secondo i suoi critici

Bisogna fare i conti con la concezione (rectius : aspirazioni) di Matteo Renzi non attibuendogli un carattere fittizio.
Le due principali accuse mosse all’indirizzo di Renzi sono quella 1) di attuare una politica neoliberista 2) di essere l’erede di Silvio Berlusconi .

Neoliberismo

Uno degli aspetti chiave per qualificare un indirizzo neoliberista è sul versante della regolazione economico-sociale. Secondo alcuni autori, la cd modernizzazione neoliberista si caratterizzerebbe per una “vocazione totalitaria del #mercato “, mercato che tenderebbe a “porsi come l’unico principio di regolazione economico-sociale”.
In questo senso, il neoliberismo ridimensionerebbe il ruolo dello Stato e metterebbe in discussione il suo intervento in materia di welfare, le cui prestazioni di natura universalistica verrebbero contestate.

Rientra in questo filone la politica del governo attuale? Almeno a parole Renzi sostiene di voler introdurre tutele per chi non ce le ha (quindi estendere le tutele), e creare “un mondo nel quale esista una rete di strumenti di welfare che sostenga chi perde il lavoro e lo metta in condizione di trovarne un altro”.

Stefano Fassina, uno degli esponenti della “sinistra” Pd, in polemica con la maggioranza alla testa del suo partito, contesta che “la parte che dovrebbe contrastare la precarietà è puramente virtuale e senza risorse”.
Quindi, non mette in dubbio, per questo aspetto del Jobs Act, che l’intervento vi sia ma la mancanza di risorse necessaria a realizzarla.
Qui, certamente, c’è un punto da verificare. In gioco, c’è la linea di differenziazione tra una politica socialista e una politica meramente “liberale”. L’ambizione del governo Renzi è di realizzare un modello di welfare più dinamico e flessibile introducendo una tutela allargata a settori che ne sono privi, e rimettendola più propriamente nelle mani dello Stato. E’ neoliberismo questo? Perfino Luciano Gallino, avversario della flessicurezza, deve riconoscere una qualche validità al sistema adottato in Danimarca che ha realizzato una combinazione virtuosa tra mercato del lavoro flessibile, welfare e politiche attive del lavoro.

“Pare corretto dire – afferma Gallino – che sebbene la flessicurezza non abbia affatto accresciuto in Danimarca il tasso reale di occupazione, essa ha comunque fornito alla popolazione attiva un grado di sicurezza oggettiva e soggettiva di fronte al rischio di disoccupazione e precarietà probabilmente superiore a quello degli altri paesi dell’Unione europea. Appare dunque ragionevole ipotizzare che l’importazione di qualcosa che assomigli al modello danese di flessicurezza, magari parziale, potrebbe risultare utile per rendere sostenibile la flessibilità anche in Italia”.
Realizzare, tuttavia, una riforma improntata sul “modello scandinavo” (per virtù e differenze di questo modello e le sue scaturigini vedi Paolo Borioni) senza le risorse per le misure di sicurezza sociale significherebbe per il socialismo rimanere sul terreno del liberalismo. Questo deve essere senz’altro puntualizzato.
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Matteo Renzi, nemico del popolo

Matteo Renzi è diventato il nuovo “nemico del popolo” per una certa parte della cosiddetta “sinistra”. “Sinistra” a cui l’attuale presidente del consiglio italiano, nonché segretario del PD, ha rivendicato fieramente l’appartenenza politica con un articolo pubblicato sul quotidiano “La Repubblica”.

Allora, il tema è : quale “sinistra”? Si potrebbe obiettare : basta la sola rivendicazione ad un campo della geografia politica per garantirne l’appartenenza?
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Berlinguer, autoritario e monarchico

Bisogna fare i conti con la tradizione della “Sinistra” in modo documentato e aderente alla realtà. Per rintracciare alcune caratteristiche dell’epoca moderna di cui il passato è stato gravido.
“Berlinguer veniva chiamato Re Enrico, un termine che, sia pure scherzosamente sottolinea il carattere autoritario, monarchico della sua gestione……Nessuno potrebbe onestamente affermare che, prima di lui, il #Pci fosse un partito democratico e che egli lo abbia trasformato in un partito leaderistico, persino con qualche elemento di cesarismo.
E tuttavia, non c’è dubbio, che dopo la direzione di Luigi Longo, egli ha gestito il Pci riducendo notevolmente lo spazio e le occasioni di dibattito interno al vertice e negli organismi intermedi. Con lui tutti i connotati leaderistici, già presenti nel vecchi Pci, vengono sottolineati ed esasperati”.

da Miriam Mafai “Dimenticare Berlinguer”

Continua :
Breve Bibliografia :
Francesco Barbagallo : “Enrico Berlinguer
Giuseppe Chiarante “La fine del Pci”
Alessandro De Angelis “I comunisti e il partito”

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