Stati Uniti e Isis sullo stesso piano?

Alessandro Di Battista parlamentare M5s ritorna sull’argomento trattato nel suo post del 16 agosto e rincara la dose. In un suo commento su Facebook chiarisce il suo punto di vista secondo cui

“la violenza indecente, barbara, inaccettabile che ha subito quel ragazzo (James Foley, decapitato da un miliziano dell’Isis ndr) sia, in parte, figlia della violenza indecente, barbara, inaccettabile subita dai detenuti nel carcere di Abu Ghraib. Le violenze commesse in quella prigione furono senz’altro figlie di quel desiderio di vendetta che molti americani hanno provato dopo l’indecente, barbaro, inaccettabile attentato alle Torri Gemelle quest’ultimo anche figlio dell’indecente, barbaro, inaccettabile imperialismo nordamericano (l’imperialismo non e’ soltanto nordamericano) che ha portato milioni di persone a morire di fame”.

Metodi

Qual è il centro della contestazione di Di Battista, depurato dalla retorica? I metodi, violenti, indecenti e barbari di Usa e Isis. Il problema, secondo il parlamentare M5s, sarebbero unicamente i metodi adottati dai “belligeranti”. Nessun accenno alle finalità dei gruppi in lotta.

L’approccio di Di Battista può essere accettato? No. Perché?
Ipotizziamo di essere semplici osservatori della realtà internazionale. Nel campo di battaglia ci sono due fazioni che si contendono la vittoria. La prima, una volta distrutto l’avversario, vuole instaurare una società in cui prevalgano libertà (religiosa ecc.) e diritti fondamentali mentre la seconda intende far nascere una comunità in cui c’è posto solo per chi si professa islamico, senza libertà di culto, di associazione ecc. Entrambi sono disposti ad usare mezzi violenti e brutali per affermarsi. Il prevalere dell’una o dell’altra fazione è indifferente per Di Battista?
Se nella lotta in corso, sfortunatamente, dovesse vincere l’Isis che sgozza, converte gli infedeli non musulmani, perseguita le minoranze e riduce in schiavitù le donne, non sarebbe la stessa cosa se dovessero ottenere la vittoria forze più tolleranti e moderate. Isis e Stati Uniti non sono uguali sul piano dei fini. Una distinzione determinante.

Logica politica

Contro le scelte “militariste” adottate dall’Occidente per contrastare il terrorismo e dimostratesi fallimentari, Di Battista invoca una logica politica. Una logica politica implica una considerazione più ampia sugli scopi delle frazioni politiche che utilizzano per la loro affermazione modalità violente e sanguinarie. Come i fondamentalisti islamici dell’Isis che non rappresentano solamente la reazione alle brutalità miltari degli Stati Uniti.

Nel secondo tomo della famosa (dovrebbe essere tale per chi ha legato le sue fortune al fenomeno della società in rete) trilogia di Manuel Castells “Il potere delle identità” si parla dell’ascesa del fondamentalismo religioso come una delle

“tendenze più importanti per la definizione della nostra epoca storica”.

In breve, per il sociologo spagnolo il fondamentalismo religioso (che include anche quello cristiano e di altre confessioni) insieme a nazionalismo e comuni territoriali, costituisce una reazione difensiva a globalizzazione, a networking e flessibilità e alla crisi della famiglia patriarcale.

La nascita della società in rete fa emergere “inediti processi di costruzione dell’identità inducendo nuove forme di cambiamento sociale”. “La costruzione dei soggetti – aggiunge Castells – dove e quando essa avviene, non si fonda più sulle società civili, che sono in piena fase di disintegrazione, bensì si caratterizza come prolungamento della resistenza comunitaria”. Il revival del fondamentalismo religioso nel nuovo Millennio “sembra essere una fonte di identità particolarmente forte ed influente”.

Il fondamentalismo islamico è una forma di comunitarismo che si caratterizza per porre la comunità dei credenti (umma) al di sopra di territorio e nazione. La costruzione dell’identità islamica contemporanea è – secondo Castells – una reazione contro “l’irraggiungibile modernizzazione”, gli effetti “nefasti della globalizzazione” e il “collasso del progetto nazionalista post-coloniale”. La radici sociali del radicalismo fondamentalista sono nello scarto tra processo di modernizzazione instaurato nel 1950-60 nei paesi musulmani e il mancato adattamento economico alle nuove condizioni della competizione globale con conseguente manifestarsi di vaste aree di esclusione sociale. Lo shock della globalizzazione, sotto questo profilo, ha indebolito la capacità di integrazione sociale mediante lo sviluppo economico.

Questa analisi, chiaramente, si può discutere. Lo scenario tracciato da Castells descrive, in ogni caso, uno quadro di riflessione più ampio rispetto al ristretto e limitato ambito delineato dal post di Di Battista. Che il fanatismo islamico sia solo il prodotto della violenza dell’esercito e dell’amministrazione Usa mi sembra una tesi difficile da sostenere.

Dominio, intolleranza e dialogo

L’identità islamica fondamentalista ha una logica di dominio espansiva e esprime un tentativo di costituire “il paradiso comunitario dei veri credenti (umma)”. D’altra parte, l’atteggiamento dei fondamentalisti verso chi resta fuori dalle loro credenze è improntato alla massima intolleranza e violenza. “E’ impossibile – sottolinea Martin E. Marty – per i fondamentalisti discutere o trovare un qualunque accordo con chi non condivide la loro sottomissione a un’autorità (la Bibbia inconfutabile, un papa infallibile, i codici della sharia nell’Islam, o le implicazioni dell’halakhah nell’ebraismo”.

Naturalmente, la mano si tende a chiunque e l’esercizio del dialogo comporta un massimo di apertura. L'<<infedele>> Di Battista, data la sua audacia e gioventù, potrebbe avere delle chance in più. Di cosa mi chiedo però si dovrebbe discutere con l’Isis? Quali sarebbero le condizioni minime di un dialogo politico con questo gruppo? La libertà religiosa? Le libertà civili? Quale sarebbe l’agenda tematica di un tavolo di trattative con l’Isis?

Post Scriptum :

Nel suo post Di Battista cita una frase di Tiziano Terzani : “Non c’è mai stata una guerra che ha messo fine alle guerre”. Dobbiamo intendere che si respinge l’uso della forza sul piano delle relazioni internazionali? Questo principio è stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite (art 2 comma 4) che ha una portata ampia (è bandita anche la minaccia dell’uso della forza e lo stesso termine “forza” ha una valenza di carattere più esteso). Si tratta di una messa al bando e di un divieto di natura generale e assoluta. Tuttavia, vigono delle eccezioni (es. la legittima difesa individuale e collettiva, e le decisoni del Consiglio di sicurezza ai sensi del capitolo VII). Secondo Antonio Cassese la Carta Onu “non autorizza gli Stati a ricorrere unilateralmente alla forza contro altri Stati con il fine di porre termine ad atrocità in atto. Ciò è possibile soltanto quando il Consiglio di sicurezza ritenga che l’uso della forza, nelle circostanze del caso, sia giustificato e dunque autorizzi gli Stati a farvi ricorso”.
Di Battista e il M5s condividono l’impostazione della Carta Onu su questo aspetto?

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