Sovranità e separazione dei poteri

“….E perdonare fu sempre più nobile, se pur più raro, che trarre vendetta.
Essi sono pentiti, ed io non voglio spingere il castigo più in là d’un semplice aggrottar di ciglia”.

“La tempesta” William Shakespeare

Separazione dei poteri

Giuliano #Ferrara sostiene che il problema della decadenza di Silvio #Berlusconi dalla carica di senatore della #Repubblica è di natura politica. In Italia, secondo l’analisi di diversi commentatori, sarebbe in atto da tempo un’alterazione dell’equilibrio che poggia sulla separazione dei poteri con il potenziamento eccessivo e “sbilanciante” della funzione esercitata dalla Magistratura.
Estromettere il Cavaliere dal Parlamento significherebbe accettare questo stato di cose e la “logica di prepotere che il giudiziario ha ostinatamente voluto affermare in questi vent’anni”.

Per Montesquieu, al principio della divisione dei poteri, ispirato al regime costituzionale inglese, si deve rispetto in quanto per suo tramite una costituzione porta ad attuazione la libertà politica stabilendo un equilibrio di organi e funzioni dove gli eccessi di un potere vengono bilanciati dalla naturale resistenza degli altri poteri. E’ proprio a questa “resistenza” che sembrano richiamarsi i fautori di Silvio Berlusconi invitandolo a non cedere alla dismisura di potere della #Magistratura.

Alcuni tra i più accesi supporter di Berlusconi però interpretano l’azione giudiziaria come una persecuzione e un’attività che mette in discussione il principio della #sovranità popolare, fondamento della democrazia moderna. I giudici non causerebbero solo uno squilibrio ma un sovvertimento del sistema democratico andando a colpire una persona legittimata dal suffragio (leggi : elezioni) di milioni di italiani.

E’ qui che avviene una torsione che merita una attenta riflessione. La separazione dei poteri non risponde alla necessità di individuare la “sede della sovranità” (il popolo) ma è un meccanismo di regolamentazione del potere, garanzia di diritto e libertà. Lo Stato costituzionale si contrappone allo Stato dispotico in cui i poteri sono concentrati in una sola persona, quella del Sovrano.

Potere concentrato

Il concetto di sovranità è stato sottoposto a numerose critiche. Molti autori, ricorda il filosofo ungherese Ferenc Fehér, hanno espresso riserve e obiezioni sulla scorta dell’esperienza storica della Rivoluzione francese mostrando come la “democrazia in quanto sovranità popolare” possa assumere le stesse caratteristiche tiranniche del governo assoluto. Il popolo deve esercitare la sovranità su qualcun altro, singoli, parti della società ecc., “altrimenti il terrore non ha senso” e inoltre la sovranità indica l’unificazione dei poteri.
Esercitando in modo diretto la sovranità il popolo, o il suo rappresentante, lo farebbero come i “sovrani” non scindendoli da sé ma in in modo fuso e concentrato. “Questa è esattamente la ragione – sottolinea Fehér – per cui Hanna Arendt era convinta che la sovranità popolare avrebbe trasformato di nuovo la legge in politica e la politica in illegalità come era avvenuto durante il regno del principe assoluto” e come nella prassi giacobina della democrazia intesa come sovranità popolare.

La concentrazione del potere sarebbe dunque un pericolo sia in un governo personale in cui “un seul sans loi et sans règle entraine tout par sa volonté et par ses caprices”, sia in un regime dominato dall’impersonalità. In questo senso, si tratterebbe quindi di contrastare ogni tendenza all’assolutismo insita in una certa concezione e dinamica dei poteri (compreso quello di derivazione economica, cioè una concezione assolutista traslata sul piano politico).

De-istituzionalizzazione

“Non le abbiamo mai molto amate, noi italiani, le nostre istituzioni”, è l’incipit de “Il Regno inerme” di Giuseppe de Rita. Gli italiani sembrano allontanarsi progressivamente dalle istituzioni repubblicane come galassie in continua fuga dalla singolarità iniziale dopo l’esplosione del Big Bang. Il rischio è che questo movimento acquisti una velocità di fuga senza ritorno e che ogni individuo e ogni gruppo organizzato in movimento si trasformi così in un nuovo Stato o in una nuova, chissà se in questa forma, Repubblica.

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