Blasfema

L’8 novembre 2010 un tribunale del Pakistan condanna a morte Asia Bibi per blasfemia. La donna, cattolica, sposata e madre di cinque figli, rischia l’impiccagione dopo essere stata accusata di aver oltraggiato il profeta Maometto durante una lite con alcune compaesane di religione islamica avvenuta nel piccolo villaggio di Ittan Wali.

La causa scatenante il litigio è l’aver bevuto acqua nello stesso bicchiere di alcuni musulmani che considerano i cristiani esseri impuri. Per simili colpe le persone appartenenti a minoranze religiose in Pakistan subiscono pestaggi, attentati e persecuzioni. Molte delle vittime rimangono sconosciute all’opinione pubblica.

Il caso di Asia Bibi però – raccontato con grande intensità ed efficacia dalla giornalista francese Anne-Isabelle Tollet nel libro “Blasfema” – a causa dell’inflizione della orrenda sanzione della pena capitale è assurto alle cronache nazionali e mondiali diventando un affare di Stato.

Per aver difeso Asia e criticato la legge sulla blasfemia il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro per le Minoranze del Pakistan, Shahbaz Bhatti, hanno perso la vita, uccisi da fanatici musulmani.

Alla vicenda si sono interessati anche Papa Benedetto XVI, Franco Frattini e Hillary Clinton. Questa eco internazionale ha contribuito per ora ad evitare l’esecuzione accendendo i riflettori sulla realtà di un paese ancora segnato da intolleranza e odio religioso che spesso sfocia in furia violenta e assassina, soprattutto nelle zone di provincia.

La voce narrante di Asia Bibi porta direttamente il lettore dentro il mondo del pregiudizio, della prepotenza e della discriminazione presenti nel Pakistan attuale.

Un sistema di idee e di norme che rende insopportabile la vita di tanti individui ai quali vengono negate le più elementari libertà individuali compresa quella di culto. Una condizione di oppressione che si abbatte in special modo sulle donne, imprigionate per adulterio (zina) e spesso oggetto di stupro o di brutali e vergognose pratiche come lo sfiguramento con l’acido, giustificate dalla morale corrente.

Ma non di rado la mancanza di diritti basilari e il clima liberticida finisce per stringere il cappio al collo degli stessi uomini musulmani.

Salvare Asia Bibi significa conservare la speranza che il Pakistan venga sottratto dalle mani di un isterico e mortifero integralismo per incamminarsi sulla via della pacifica convivenza religiosa e del rispetto della dignità individuale.

 

La Provincia – settembre 2011

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