Black Bloc

In che senso possiamo affermare che la violenza dei “Black Bloc” è l’espressione del niente che pervade l’Italia?

Cosa hanno da dire gli scontri avvenuti a Roma il 15 ottobre in occasione della manifestazione degli indignati sul carattere della crisi in corso, che mostra uno scenario in caduta libera?

Nelle analisi proposte dai media ci si sofferma soprattutto sulla violenza e sulla forma che questa ha assunto. In particolare, si rappresenta il fatto violento come manifestazione di guerriglia. La guerriglia è pratica conflittuale che, nella fattispecie, impegna chi la determina in campo aperto contro un potere istituzionale, legale.
Diversamente dal terrorismo che combatte e colpisce individui che incarnano un potere la guerriglia fronteggia direttamente il potere in quanto entità. L’attacco simbolico è rivolto o contro persone (terrorismo) o contro un’entità astratta (guerriglia).

L’attività antagonista tende in ambedue i casi ad intaccare la forza legale contrapponendogli una forza violenta. Questa forza diventa un criterio di distinzione in sé più che le ragioni che sottendono la stessa forza. Violenza è una modalità espressiva dell’agire umano e anche un limite posto all’azione. Nell’agire con uno scopo la violenza può essere un mezzo per giungere il fine desiderato. Nell’agire senza scopo la violenza diviene un fatto. Questo fatto acquisisce significato solo provando la sua efficienza. Più è distruttiva, più si erge come potenza, più è fattuale, più la violenza s’impadronisce della scena. Se non c’è finalità nell’azione, se la violenza non è inscritta in un ordine finalistico, il mezzo si trasforma in fine.

Ma assumere la violenza come fine significa assumere la potenza del momento negativo dell’azione fino al limite della distruzione. La negazione radicale trapassa, naufraga nel nihilismo. Tutto finisce. Fine nel senso di niente. Nihil.

L’annientamento è in nostro potere? Chi assume la prospettiva della violenza in quanto potenza distruttiva vuole ricondurre al niente che pensa sia nella sua disponibilità. La violenza in quanto prassi, attività pratica, rappresenta il fatto di una ripresa del controllo, o di una pretesa accampata dopo una perdita. Cos’è la precarietà se non questa perdita di controllo sulla realtà?

Una società basata sulla regolazione pacifica dei rapporti sociali regge fintantoché non è minacciata l’esistenza individuale. Se cioè la sopravvivenza del singolo viene garantita. Ma quando ad essere in causa è la vita della persona il patto si rompe. Se una generazione viene gettata nella prospettiva della incerta sopravvivenza salta il vincolo posto a sostegno della società regolata pacificamente.

E’ stato sottolineato inoltre la particolare anomalia dell’Italia rispetto alle altre piazze internazionali, teatro della protesta. In effetti, gli episodi violenti sono stati una peculiarità tutta italiana. Un altro aspetto importante è rappresentato dalla composizione dei manifestanti autori delle violenze. Erano per lo più giovanissimi, con una percentuale significativa di minorenni.

Possiamo interpretare questo dato come il segno di un conflitto inter-generazionale che radica nella situazione di disagio in cui versano le giovani generazioni in Italia? La presa di distanza di alcune componenti più politicizzate dei manifestanti violenti fa intendere che l’interpretazione di tipo sociologico ha una sua validità. Peraltro va notato come all’interno del fronte più ideologicamente caratterizzato compaiano delle differenze di posizione. Da un lato c’è chi rivendica ogni azione violenta anche la più vandalistica (spaccare vetrine, bruciare macchine ecc.), dall’altro chi al contrario si sente in dovere di dichiarare la propria non condivisione di questa modalità espressiva, salvo poi ricondurla all’interno della categoria del disagio sociale. Non saremmo quindi di fronte ad una violenza che scaturisce da una visione della realtà ma ad una reazione che rinvia ad una condizione sociale deteriorata. La crisi economica in atto determina infatti disoccupazione, precariato e inasprimento della povertà.

Sono tutti fattori questi che fanno emergere, che riconsegnano alla discussione pubblica il tema degli effetti di una crisi globale che investe la società e l’esistenza delle persone.

A cosa e a chi possono essere imputati difficoltà e problemi della crisi contemporanea? All’individuo o al sistema sociale? Come sono spiegabili queste conseguenze così importanti che infliggono colpi durissimi alla stabilità delle nostre società?

Il deficit italiano sembra essere quello di un dibattito pubblico che non affronta l’argomento fondamentale della realtà. E’ l’organizzazione sociale e i suoi meccanismi di funzionamento che hanno bisogno di essere curati o la responsabilità va attribuita al comportamento deviati di qualche individuo o al limite di qualche settore sociale?

Vittorio Feltri dà la colpa all’incapacità dei giovani di adeguarsi alla realtà. Non sarebbe più l’individuo ad essere responsabile ma la gioventù nel suo insieme ad essere incapace di fare i conti con la realtà.

Viene in mente l’articolo di Franco Fornari “Psicoanalisi del terrorismo” (Corriere della Sera 1974) nel quale dipingeva i terroristi come bambini rimasti tali che invece di accettare e riconoscere la realtà vogliono distruggerla. In qualche modo la distruzione operata dai Black Bloc è motivo per riaffermare l’indiscutibilità di un ordine che non pare essere l’origine della malattia.

Si tratterebbe in questo caso di mettere in discussione non la realtà in quanto tale ma il soggetto che vuole con il suo gesto, ancorché discutibile, revocare in dubbio la realtà.

La realtà non va discussa ma la percezione che noi abbiamo di essa. La realtà della crisi, non deve essere né riconosciuta, come in un primo momento è successo in Italia, né messa in dubbio. Perciò, Feltri trascina dentro la critica anche gli “indignati” non distinguendoli dai “Black Bloc”. Perché il suo intento è mettere in sicurezza l’ordine attuale, fonte di quegli effetti sociali indesiderabili.

La sua preoccupazione è circondare il sistema economico di una aureola di indiscutibilità. Sacconi, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, lo dice espressamente  quando denuncia la radicalità delle parole d’ordine degli “indignati” mettendole in collegamento con le manifestazioni violente. Come a dire, che il sovvertimento dell’esistente si pone al di fuori del consentito, del legale riconosciuto, e per questo solo fatto diventa evento e materia criminale.

Non è la modalità di espressione del dissenso ad essere crimine ma il dissenso stesso ad avere una natura criminale giacché posto fuori dall’ordine. Bisogna curare chi contesta il sistema sociale non l’organizzazione della società.

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