Rifiuti

Qualche tempo fa un biologo, Barry Commoner, accettò e divulgò la tesi di un’equazione tra società dei consumi e società dei rifiuti. Secondo la teoria insomma viviamo ai giorni nostri in un sistema sociale affatto vorace, “energivoro” e iperproduttivo che ha moltiplicato le occasioni di produzione del rifiuto.

Di fronte a noi sempre più sfila una sequela interminabile di rifiuti, sparsi in strada, nei prati, sulle spiagge, o liberi nello spazio come frammenti di satelliti.

A volte li guardiamo galleggiare in mari e laghi, a volte fluttuare nell’aria impregnata dagli effluenti gassosi.

Di sicuro i rifiuti sono materiali osservabili e tangibili ma si rendono anche invisibili come nel caso dei microinquinanti. Provengono dalle zone di campagna, dalla città, dalla lavorazione industriale, agricola e artigianale e da un luogo innominabile, il nostro corpo.

Nelle mura domestiche scarti e avanzi si accumulano senza sosta. Una montagna di spazzatura che suscita per lo più un moto di fastidio e di repulsione. D’altro canto i rifiuti al consumo finale, da non confondere con i rifiuti alla produzione, variano in funzione del reddito pro-capite. Più si ha, più si è in grado di “rifiutare” beni di consumo.

In Italia tra il 1988 e il 1999 i rifiuti domestici sono saliti grosso modo da 17,3 a 26,6 milioni di tonnellate; un incremento del 53,5% nell’arco di tredici anni. Cifre che corrispondono all’incirca al ritmo di crescita dei paesi OCSE che, nel periodo che va dal 1980 al 1995, hanno visto aumentare la quantità totale di rifiuti urbani di circa il 56%.

Ma come si identifica con esattezza un rifiuto?

Conformemente alla norma

“per rifiuto s’intende qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi secondo le disposizioni nazionali vigenti” (75/422/Cee) ovvero “qualsiasi sostanza od oggetto derivante da attività umane o da cicli naturali, abbandonato o destinato all’abbandono” (Dpr 915/82).

In genere i rifiuti sono ripartiti in due categorie : rifiuti urbani e rifiuti speciali, suddivisi nelle sotto-categorie di rifiuti pericolosi e non pericolosi (Dlgs 22/97).

I primi fanno riferimento alle eccedenze provenienti dagli usi domestici e da altri insediamenti sociali; nei secondi ricadono le rimanenze afferenti propriamente le attività produttive. Nella lista delle sostanze pericolose rientrano piombo, amianto, catrami, fitofarmaci ecc.

Un discorso a parte andrebbe fatto per i rifiuti radioattivi, fondamentalmente generati dai cicli di combustibile nucleare e per i quali si richiedono tempi di confinamento dell’ordine di secoli.

Approfondendo la questione scopriamo che i rifiuti solidi urbani sono costituiti da sottovaglio, materiale cellulosico (carta, tessili, legno), plastica e gomma, metalli, inerti (vetri, ceramiche, pietre). Quanto ai rifiuti speciali essi sono composti da inerti da demolizioni, costruzioni e scavi, da polveri, metalli, olii, grassi.

La caratterizzazione dei rifiuti dal punto di vista merceologico rispecchia la complessità dell’odierna società. Quotidianamente centinaia di nuovi materiali e prodotti si affacciano sul mercato per uscirne espulsi sub specie rifiuto.

L’analisi merceologica, lo studio e l’analisi chimica, servono come importante passaggio in vista dei trattamenti successivi. Per i rifiuti solidi urbani normalmente la conoscenza del tipo di materiale esaminato avviene in funzione del potere calorifico e pertanto in rapporto al problema della combustione e dell’energia relativa, o “povera”, che è possibile estrarre dal rifiuto (recupero dai fumi).

Per realizzare questo e altri scopi la gestione del rifiuto è ormai inquadrata nell’ambito di un sistema integrato che cerca di tenere in conto e ottimizzare ogni aspetto del ciclo di vita, dove per ciclo di vita, o Life Cycle Assessment, va inteso il complessivo iter del rifiuto, dalle origini al destino finale, prendendo in considerazione tutte le varie fasi, dalla raccolta, al trasporto e infine allo smaltimento.

I centri di smaltimento costituiscono il punto di approdo dell’esistenza del rifiuto. La discarica e l’inceneritore attualmente sono i più diffusi.
Una discarica controllata, ossia regolata da legge, – nella quale più del 70% dei rifiuti urbani e del 45% di quelli speciali viene avviato a smaltimento – è un impianto che funziona come una sorta di “reattore”. Vi entrano rifiuti e vi fuoriescono biogas e percolato (liquami).

Le moderne discariche sono adibite allo stoccaggio definitivo dei rifiuti i quali, isolati dal terreno mediante argilla o impermeabilizzazione plastica onde salvaguardare l’ambiente circostante, vengono continuamente compressi da speciali macchine così da formare sottili strati compatti sovrapposti, inframezzati da sabbia atta a recuperare il percolato.

La fermentazione anaerobica decomponendo i residui di sostanze organiche (proteine, carboidrati, gliceridi), rimanenti attivi per quasi 30 anni, provoca l’emissione di una miscela gassosa (metano e anidride carbonica). Con opportune sonde di captazione e tubazioni il biogas può essere addotto ad una torcia per la sua dissipazione, o ad altra apparecchiatura per essere riutilizzato come combustibile o per la produzione di energia elettrica.

Negli inceneritori convenzionali i rifiuti vengono bruciati a temperature tra i 900° e i 1.000° C in camere di combustione rivestite di materiale refrattario. I gas di uscita prima di essere rilasciati vengono immessi in filtri elettrostatici e in torri di lavaggio a umido o a secco per l’abbattimento delle polveri e degli acidi.

E’ possibile recuperare l’energia generata dall’incenerimento, mettendo a profitto l’entalpia del vapore prodotta dal raffreddamento dei fumi di combustione, con turbine a vapore e con turbo alternatori per la produzione di energia elettrica. I materiali incombusti sono conferiti in discarica.

Meno ricercato è il sistema del compostaggio attraverso cui i rifiuti, immessi in bioreattori e sottoposti a fermentazione aerobica, sono trasformati in compost riutilizzato in agricoltura come ammendante organico.

In conclusione, malgrado la tecnologia si sia durante gli ultimi anni diversificata e affinata non riusciamo a smaltire totalmente ed efficacemente i nostri rifiuti. La velocità di prelievo delle risorse, di produzione e consumo di merci non armonizza con il processo di assorbimento del rifiuto.

Pure l’introduzione dei metodi di riciclaggio e reimpiego, che presuppongono la raccolta differenziata, non sono risultati sufficienti a correggere le storture e gli squilibri in corso.

I rifiuti tutto sommato impongono la loro “presenza nel mondo” e reclamano il posto che gli spetta nell’epoca contemporanea.

Milano 24/01/2006 La Provincia

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