Cure palliative

Le cure palliative sono un complesso di interventi terapeutici dispensati ai malati in fase terminale per alleviarne le sofferenze, così assicurando un’assistenza dignitosa ed umana.

Più in particolare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la Medicina Palliativa come “un approccio che migliora la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie costretti ad affrontare i problemi connessi a malattie potenzialmente mortali, e che si esplica attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza ottenuti tramite diagnosi precoce e corretta valutazione nonché per mezzo di trattamento del dolore e di altri problemi, fisici, psico-sociali e spirituali”.

In altri termini questa disciplina – sviluppatasi su impulso del movimento hospice, nato intorno alla metà del secolo scorso per iniziativa di Cicely Saunders – non si prefigge il compito di guarire o di eventualmente differire nel tempo la sopravvivenza. Con tale indirizzo insomma non si vuole accelerare né ritardare la morte, giudicata quale evento naturale e normale processo dell’esistenza umana, ma offrire una risposta alternativa da un lato all’accanimento terapeutico dall’altro all’eutanasia.

Esito primario del trattamento palliativo è rappresentato dalla migliore qualità della vita che si riesce a garantire al paziente e alla cerchia dei suoi familiari – compito eminente del medico nel momento in cui non è più realistico attendersi una guarigione o il prolungamento della vita residua del malato.

Sotto tale angolatura acquista grande valore il rapporto intessuto con la rete familiare ed affettiva in generale. La famiglia e gli amici, visti come curanti informali e a loro volta bisognosi di attenzioni da parte dei curanti formali (medici, infermieri, ecc.), si rivelano determinanti per accudire l’ammalato, in quanto essenziale elemento di sostegno.

Quella palliativa è, soprattutto in Italia, cura prestata a domicilio sebbene comunemente venga anche fornita in apposite strutture sanitarie residenziali, gli hospice, in grado di accogliere preferibilmente dai 15 ai 20 pazienti, capienza massima che li avvicina maggiormente al ricetto domiciliare piuttosto che accomunarli agli istituti ospedalieri. Le unità di cura palliativa si qualificano per una dotazione di personale che deve essere altamente preparato e non necessitano di sofisticate strumentazioni diagnostiche o attrezzature terapeutiche.

Dato che le esigenze di ogni singolo paziente sono uniche, l’hospice s’incarica di presentare piani curativi individualizzati che richiedono un intervento continuo ed interdisciplinare sulla globalità della sofferenza (total pain). In questo senso l’obbiettivo di mettere sotto controllo il dolore e gli altri sintomi correlati ad una grave patologia a prognosi infausta resta fondamentale. Naturalmente gli studi e le metodiche adatte a farvi fronte comprendono l’adozione di farmaci analgesici (FANS, oppioidi deboli e forti), i quali vengono forniti secondo i criteri di una scala che segue una progressione a “gradini” tipicizzata in protocolli internazionali. In altre situazioni invece la chirurgia prende un posto di rilievo nell’attenuazione della sofferenza.

Ma il patimento del malato inguaribile ha una dimensione più ampia, dai molteplici aspetti. Nella sua condizione insieme al dolore somatico convivono e si manifestano stati di ansia associata a preoccupazione per i familiari, crisi depressive, scoppi di rabbia per l’impossibilità di svolgere il lavoro o per il fatto di percepirsi commiserato.

E’ questa la ragione per cui le cure palliative, come efficacemente riassume Robert Twycross, membro dell’Oxford International Centre for Palliative Care, si occupano della persona nella sua interezza “tentando di rispondere ai bisogni del paziente in tutti e quattro i domini della persona : fisico, psicologico, sociale e spirituale”.

La Provincia, Milano 12/11/2005

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