Lotta di Venezia contro i turchi (1645-1669)

Il crollo del dominio bizantino in Anatolia, tra il XIII e il XIV secolo aveva determinato il sorgere nella penisola di diversi emirati, anche nelle regioni costiere; particolarmente importanti erano quelli di Menteshe (regione di Mileto) e di Aydin (regioni di Efeso e Smirne). La presenza di questi emirati ebbe gravi conseguenze per i domini veneziani nell’Egeo, giacché i catalani di Atene non si limitarono ad utilizzare i turchi come mercenari ma strinsero vere e proprie alleanza con gli emirati anatolici.
I turchi approntarono spedizioni armate contro i domini veneziani di Negroponte, Creta e altre isole minori. La prima reazione di fronte alla pressione militare turca non fu quella soltanto di rendere la pariglia. Accanto alla risposta bellica, di solito circoscritta, i veneziani si preoccuparono di usare le armi della diplomazia onde assicurare la libertà di commercio nei domini turchi.


Il 6 settembre 1332 a Rodi venne stipulato un patto tra Venezia, l’imperatore bizantino e il maestro degli Ospedalieri di Rodi per dare il via ad un’impresa navale contro i turchi l’anno seguente. L’8 marzo 1334 un accordo fu stipulato ad Avignone per armare una flotta in funzione antiturca da prepararsi per il maggio susseguente.

Questa squadra navale fu in grado di assicurare una valida protezione dei territori tenuti dai latini e di infliggere pesanti perdite ai turchi. Dopo lo scoppio della guerra dei cento anni nel 1337 risultò impossibile dare corpo ad altre coalizioni contro l’impero turco che si riorganizzò. Un tentativo di crociata fu intentato da papa Clemente VI nel 1342. Già nel 1343 si concluse un accordo tra Venezia, il pontefice, il re di Cipro e il maestro dell’Ospedale. Il 20 settembre il pontefice ordinò al patriarca di Grado di dichiarare la crociata nelle diocesi suffraganee. Nel 1344 da Negroponte la flotta dell’unione mosse contro i turchi che nel maggio furono sconfitti nei pressi di Pallene. Il 29 ottobre venne espugnato il porto di Smirne prendendo in contropiede il pascià Umur.

Tuttavia nel 1345 i Turchi riuscirono a ribaltare la situazione. La Santa Lega contro i turchi fu sciolta nel 1351 dallo stesso Clemente VI.Il 28 luglio 1402 Tamerlano batteva i turchi ad Ankara facendo prigioniero il sultano Bayezid I. Ciò indubbiamente aprì una stagione, destinata a durare circa un quarto di secolo, in cui la potenza di Venezia si sarebbe dispiegata in tutto l’Egeo e la rete dei traffici avrebbe toccato nuove dimensioni e profitti inimmaginabili, e costituì una importante occasione di espansione sulla vicina terraferma e sulla Dalmazia che venne annessa al Comune Veneciarum.

I rapporti con i turchi furono quasi sempre improntati ad antagonismo, separati da una “insuperabile barriera”. Il conflitto tra queste due entità era tra due forme di espansionismo, vale a dire tra potenze a tendenza imperialistica che si disputavano terre che non erano di loro proprietà. Comunque se non altro fino alla prima metà del XV secolo la monarchia ottomana non sembrò costituire per i veneziani una minaccia grave, non diversamente da quella costituita dai genovesi, ungheresi, catalani. Una minaccia in ogni caso che portò a giustificare la conquista di Lepanto nel 1407 quale necessaria misura precauzionale per precorrere una possibile infiltrazione turca nella regione.

Il regime veneziano adottò una politica a due livelli nei riguardi dei turchi, maggiormente permissiva per ciò che concerneva le questioni inerenti l’Anatolia e l’interno dei territori balcanici, più inflessibile quando la competizione si trasferiva sulle isole litorali controllabili soprattutto attraverso il mare, settore nel quale la Repubblica aveva coscienza della sua preminenza.
Tra la fine del 1300 e l’inizio del 1400 i turchi furono immersi nella guerra civile che oppose i seguaci di Musà e Maometto. Ma dopo un periodo di lotte interne i turchi con Maometto I ripresero l’espansione. Il 27 maggio 1416 ci fu un grande scontro navale di fronte a Gallipoli che rappresentò una disfatta totale per gli ottomani, peraltro la prima e unica battaglia navale vinta dai veneziani fino alla caduta di Costantinopoli. Nel 1421 Murad II sottentrò a Maometto. Mancato nel 1422 il tentativo di impadronirsi di Costantinopoli nell’inverno 1422-1423 egli invase il Peloponneso effettuando incursioni in Albania. Venezia spingendosi al contrattacco sottomise il Pastrovici, acquistò Scutari e s’impossessò di Salonicco, seconda città per ordine di grandezza dell’impero bizantino. La tensione montò finché ne conseguì una guerra di sette anni, tra il 1424 e il 1431, tra Venezia e turchi. Questa si concluse con il trattato di Adrianopoli del 4 settembre 1430 che importò il trasferimento di Salonicco in mano degli ottomani.

Un decennio di pace ne seguì nel corso del quale i veneziani si disinteressarono alla caduta dell’Epiro e della Serbia in mani turche e si appagarono della prosperità dei loro commerci e del controllo dell’Egeo. L’infelice esito del conflitto per Salonicco convinse i veneziani che da allora in avanti sarebbe stato per loro impossibile affrontare i turchi con le sole forze di cui disponevano; donde una politica di estrema prudenza verso il minaccioso avversario, consistente nel lasciargli mano libera nei Balcani, e finanche all’interno della Grecia, ribadendo nel contempo la propria superiorità nell’arcipelago.
Le speranze di Venezia, che poteva vantare rispetto ai turchi una storia secolare, si appuntavano su due possibili circostanze : quella di una crisi intestina all’impero ovvero quella di una coalizione di principi cristiani contro il nemico turco. La Serenissima in questa prospettiva cercò di favorire un avvicinamento tra Chiesa ortodossa e latina sempre con l’obbiettivo di saldare forze che naturalmente non vedevano di buon grado il rafforzamento della potenza ottomana. Eppure la fuoruscita dalla condizione di neutralità per arrivare ad una diretta adesione all’impresa crociata del 1444 avvenne in modo graduale. Fu necessaria la campagna dei polacchi e degli ungheresi sull’Emo sino a Sofia, nell’autunno-inverno del 1443 per vincere i tentennamenti e le ultime riserve.
Il tracollo della flotta cristiana l’11 novembre 1444 indusse alla pace tra Venezia e il sultano. Il nuovo trattato di Adrianopoli del 23 febbraio 1446 confermò quasi letteralmente le convenzioni concordate con Murad nel 1430.
Avendo garantita la libertà di commercio Venezia non si curò della politica estera svolta dai turchi. Sicché, quando Murad II intraprese la conquista del Peloponneso impadronendosene in un breve lasso di tempo, i veneziani lasciarono fare. Il 10 settembre 1451 il governo veneto riconfermò il trattato di pace quinquennale con Maometto II, salito al trono dopo la morte del padre. Questa disponibilità veneta significò mani libere per i turchi per la loro impresa espansionista contro l’impero bizantino.
La capitolazione di Costantinopoli però, dato il suo valore storico e la sua forte carica simbolica, cagionò un mutamento di rotta nell’atteggiamento verso Maometto II. I due fini perseguiti da Venezia erano quello di irrobustire il dispositivo militare nel Levante e concludere la pace con i turchi. Ma il fatto significativo fu che questi proponimenti s’iscrissero in un quadro in cui Venezia su preparava alla rivincita della sfida lanciata da Maometto.

Il 18 aprile 1454 venne firmato un accordo di pace con gli ottomani mentre la repubblica veneziana desisté dai suoi progetti di conquista padana liberando risorse e mezzi per difendere e fortificare Candia, Negroponte e Modone. Nell’aprile 1458 Maometto II con un poderoso esercito partì alla volta della Grecia con l’intento di appropriarsene.
L’assoggettamento della Morea all’impero ottomano fu completato durante una seconda campagna tra l’aprile e il maggio 1460. Sette anni dopo la caduta di Bisanzio i domini di Maometto II venivano dovunque a contatto con quelli della Repubblica. Lo scontro diretto era inevitabile.

Nel 1537 Venezia si scontrò con l’impero ottomano che riportò a casa una vittoria alla Prevesa. Ma nel 1572 i turchi furono sonoramente battuti nella battaglia di Lepanto. La pace in entrambi i casi fu realizzata abbastanza rapidamente dovendo il governo veneto cedere alcuni importanti territori. Nel 1540 aveva perduto i possessi della Morea orientale, Napoli di Romania e Malvasia, nel 1573 l’isola di Cipro. Le ostilità ripresero alla metà del XVII secolo.

I turchi approdarono a Candia, o Creta, alla fine del mese di giugno 1645. Subito l’esercito ottomano strinse sotto assedio Canea, centro cittadino fortificato, i cui abitanti per qualche settimana resistettero nondimeno furono obbligati a riporre le armi dopo poco. Era il primo passo della conquista dell’isola. Il pretesto scelto dalla Porta per giustificare il suo espansionismo era l’aiuto fornito da Venezia ai Cavalieri di Malta, nemici storici dei musulmani; nella fattispecie ci si faceva scudo dietro un episodio di pirateria navale, in virtù del quale un’imbarcazione turca di fedeli diretti alla Mecca era stata depredata da un vascello maltese che aveva ormeggiato nell’isola.

Ma effettivamente la strategia ottomana della demolizione dell’impero marittimo veneziano era cominciata due secoli prima. Nell’inverno 1645-1646 il pascià della Bosnia mosse le truppe contro Zara, capoluogo della Dalmazia veneta. Siffatta azione sfidava gravemente l’egemonia della Serenissima nell’Adriatico giacché rischiava, disgiungendo in due la Dalmazia, di agevolare la penetrazione militare turca. Per controbattere l’avanzata dell’avversario Venezia doveva cercare e avvalersi di alleati in Italia e in Europa. In quel momento un rappresentante della diplomazia veneta, Alvise di Tommaso Contarini era impegnato in una difficile opera di mediazione tra i principi europei nella guerra dei Trent’anni, il cui trattato finale fu firmato il 24 ottobre 1648. Venezia, grazie alla sua neutralità, aveva ottenuto il compito di negoziare la pace tra le potenze belligeranti in luogo della Sede apostolica, ma, ammoniva il delegato Contarini, “se ci si voleva isolare dagli altri non si poteva poi pretendere che gli altri intervenissero in proprio soccorso”.

In verità, una volta se non altro Venezia aveva derogato al suo neutralismo per appoggiare il duca di Parma Odoardo Farnese contro il papa Urbano VIII nel 1641. Ciò nonostante con la morte di quest’ultimo e l’avvento di Innocenzo X la tensione con la Chiesa romana si era allentata e i rapporti progressivamente migliorati. Innocenzo X rispose alla richiesta di solidarietà contro l’aggressione turca. Fu dunque formata una lega santa, comprendente la repubblica di Genova, il regno di Napoli, la Santa Sede e Venezia; essa però si sfascerà in un breve lasso di tempo, restando al fianco dei veneti solamente i Cavalieri di Malta e, ancorché ridotte in numero, le truppe pontificie.

Per reggere il peso del conflitto la Serenissima Signoria dovrà pertanto, tra il 1646 e il 1647, dar fondo a tutte le sue risorse mobilitando le famiglie del patriziato veneto, vendendo i beni comunali e compiendo altri straordinari atti che altereranno gli equilibri economici e sociali. Sul fronte dei combattimenti a partire dal 1646 i veneti riuscirono a respingere i turchi in Dalmazia mentre sul piano della battaglia navale si dimostrarono attrezzati vincendo alcuni importanti scontri; ebbero più problemi a Creta dove gli invasori cercarono di sfruttare il malcontento popolare nei confronti della mortificazione della Chiesa greca e della ostensibile corruzione delle autorità lagunare. Di pari passo la Serenissima Signoria non cessò di tentare la via del compromesso negoziale. Era questo il segnale di una condotta incerta e approssimativa che dopo circa un decennio di conflitto l’aveva portata ad un isolamento a livello internazionale e ad un bilancio in rosso per gli enormi uscite finanziarie che gravavano sull’erario pubblico.

Nel 1657 il senato ritenne di dover ridiscutere in modo approfondito l’andamento della guerra e farne il rendiconto. Si trattava di decidere se perseverare o giungere ad una pacificazione. Le due opinioni furono messe a confronto. Alla fine furono adottate le tesi di Giovanni Pesaro, savio del consiglio, intransigente fautore della continuazione del conflitto che, a suo vedere, rappresentava una crociata religiosa cui non poteva a lungo andare mancare il supporto della cristianità; d’altra parte i mezzi per proseguire lo sforzo bellico vi erano tuttora.

Dopo il 1658 la minaccia turca cominciò a turbare seriamente le potenze europee. Il fatto nuovo dello schiacciamento della ribellione ungherese, capeggiata dal principe Giorgio II Ragoczi, teneva in agitazione tanto Venezia quanto l’Impero che assistevano alla caduta di un baluardo nel cuore dell’Europa centrale. Neanche la Francia, che però non credeva  alle motivazioni religiose della guerra né alla necessità della presenza veneziana nel Mediterraneo orientale, poté restare insensibile contro un tale pericolo e perciò si apprestò a mandare suoi contingenti alla volta di Creta, dietro la copertura formale dello stato pontificio.

Nel luglio 1664 i turchi saranno sconfitti al San Gottardo da parte dell’esercito imperiale aprendo lo spiraglio di una vittoria di inestimabile valore. Nella primavera del 1667 la guerra entrava nella sua fase conclusiva. In soccorso di Venezia accorsero l’imperatore Leopoldo I, i Cavalieri di Malta, il ducato di Savoia, la Francia e la Santa Sede. Nondimeno, benché gli aiuti giungessero con tempestività, Creta dovette soccombere alla soverchiante superpotenza degli ottomani.

Durò 24 anni la resistenza di Venezia prima di capitolare e cedere l’isola di Creta con un trattato di pace.
La guerra di Candia produsse due effetti per il futuro politico della Serenissima 1) la progressiva emarginazione dalla scena italiana 2) il volgersi della Repubblica verso il Levante. Fatto questo abbastanza contraddittorio dal momento che la realtà della forza espressa dalla potenza turca avrebbe dovuto consigliare ai veneziani una politica estera contenuta nello spazio adriatico e di Terraferma. Una minaccia contro la presenza di Venezia nel Mediterraneo orientale veniva peraltro dalla Francia di Luigi XIV che credeva di poter ricoprire autonomamente senza rivali il ruolo di tutela della cristianità contro l’impero ottomano.
Nel luglio e nell’agosto del 1682 l’imperatore Leopoldo I, sperando di poter contare sul suo sostegno, mise in guardia la Serenissima Signoria sul fatto che i turchi, approfittando del consenso che gli veniva da Luigi XIV, stavano scatenando una potente offensiva lungo il Danubio che minacciava i territori imperiali. Ciò malgrado, mentre lo stato pontificio, i principi tedeschi e la Polonia segnatamente invieranno cospicui aiuti finanziari e militari per sventare il pericolo di una caduta di Vienna nelle mani dei soldati dell’impero ottomano, Venezia rimase inattiva accampando la scusa delle troppe spese sostenute durante la guerra di Candia ma lasciando aperto uno spiraglio per il futuro quando avrebbe dimostrato il suo attaccamento alla cristianità messa a repentaglio. E difatti a Linz il 24 maggio 1684 i veneziani entreranno a pieno titolo nella sacra lega contro l’impero ottomano patrocinata da Innocenzo XI.

Si apriva così una nuova avventura bellica che doveva portare la Repubblica nel Mediterraneo orientale a sognare nuove conquiste e a impegnarvi enormi risorse in uomini e mezzi. Impresa che sottrarrà la Repubblica alle turbinose vicende che sconvolgeranno l’Europa e l’Italia nei due ultimi decenni del Seicento e all’inizio del Settecento.

Nel frattempo nella Morea (Peloponneso che fu conquistato dai turchi nel 1460 e poi ripreso da Venezia tra il 1684 e il 1688 e ripresa dai turchi nel 1715) dopo un periodo di non belligeranza seguito alla guerra di Candia. Nel quadro dell’accordo della Sacra Lega Venezia si prese l’iniziativa di attaccare per prima la Porta con l’intento di riprendersi Candia, Negroponte e Cipro. Travolti dall’incedere irresistibile delle truppe alleate i turchi dovettero cedere Buda e Belgrado mentre l’esercito della Serenissima, capitanato dal conte Königsmarck, s’impadroniva di Modone, Navarino e Nauplia. In poco tempo i veneziani riuscirono a mettere le mani sull’intero territori della Morea fino alla presa di Atene il 29 settembre 1687; tuttavia Negroponte non poté essere reintegrata sotto il dominio della Repubblica.

Fallite le trattative per la pace nel 1688, nel 1690 ripresero i combattimenti : da una parte nei Balcani i turchi si scontrarono con le milizie imperiali, dall’altra la guerra con Venezia si sviluppava nel Levante. In quest’ultimo fronte va ricordata la battaglia navale di Metelino il 20 settembre 1698 che mise a confronto la flotta turca e la veneziana. I veneti furono capaci di tenere il mare obbligando i turchi a riparare sotto costa ma ormai le sirene della pace agivano in modo possente. Sicché a Carlowitz nel 1699 furono avviati i negoziati tra Sacra Lega e l’impero ottomano. La situazione di Venezia fu complicata dal fatto che l’impero di Leopoldo I e la Polonia si affrettarono a siglare il trattato con la Porta il 26 gennaio 1699 laddove l’emissario della Repubblica Carlo Ruzzini ricevette l’autorizzazione a sottoscriverlo il 21 febbraio.
In base alle condizioni della pace di Carlowitz Venezia ottenne la Morea, le isole Ionie, e quelle di Tinos e di Egina nel mar Egeo; inoltre le veniva riconosciuto il possesso di Suda e Spinalonga a Creta, di Butrinto e Parga sulla costa dell’Epiro, di Cattaro, Castelnuovo e Risano in Dalmazia. In sostanza si trattò di un successo della Serenissima, la quale si era avvalsa della pressione militare esercitata dalle truppe imperiali per respingere i turchi su posizioni arretrate.
Queste particolari condizioni di favore vennero meno nel momento in cui la potenza ottomana riprese le ostilità contro Venezia il 14 dicembre 1714. Allora l’assenza di un largo schieramento consentì alla Turchia, che in cuor suo sperava di recuperare tutto ciò che aveva ceduto ai paesi cristiani, di occupare in breve tempo la Morea. In ogni caso il timore di una revanche turca riportò in auge l’idea di una alleanza cristiana, nonostante le divisioni conseguenti alla guerra di successione spagnola.
Finalmente il 21 luglio 1718 il trattato di Passarowitz segnò l’arresto della controffensiva ottomana. Questa volta l’impero asburgico si avvantaggiò-consolidò la sua presenza notevolmente avanzando nella zona danubiano-balcanica, dalla Croazia alla Romania. Venezia conservò le regioni dalmate e ioniche ma perse le isole di Tinos ed Egina tutte le sue basi dell’Egeo eccetto Cerigo, e soprattutto la Morea che ritornò nelle mani della Porta. Con il fallimento dell’impresa di Morea si portò allo scoperto la crisi del rapporto tra istituzioni e aristocrazia e della stessa cultura di governo veneta che fu sottoposta ad una lenta agonia durante il Settecento.

Dopo Passarowitz Venezia non si scontrerà più contro i turchi. Qui si concluse il ciclo epico del contrasto turco-veneziano. Nel 1733 il bailo di Costantinopoli Angelo Emo concluse un trattato con il pascià definito di pace “perpetua”. Si consacrò così una svolta della politica veneziana improntata a mantenere buone e pacifiche relazioni con Istanbul.

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