Abdicazione

Atto e conseguenza dell’abdicare. In generale si conferisce al termine abdicazione il significato di abbandono volontario del massimo ufficio ad opera di un regnante – dopo l’assunzione della carica regia e prima del tempo stabilito – fatto che conseguentemente apre la fase della successione; nell’ordinamento giuridico fa parte della categoria degli istituti non codificati, ma regolati dalla prassi storica.

Lo Statuto albertino non ne faceva menzione e storicamente i casi in cui questa procedura ebbe effetto furono quello di Carlo Alberto, risalente al 23 marzo 1849, e quello di Vittorio Emanuele III, del 9 maggio 1946. L’abdicazione viene considerata un atto rigorosamente personale che non può essere soggetto a condizioni o a termini. Essa è altresì sempre irrevocabile e non richiede l’accettazione di nessun altro organo, nemmeno da parte del successore. Ad ogni modo l’abdicazione non è fatta a favore di alcuno, dacché il nuovo sovrano succede “iure proprio”, sia pure come prodotto dell’atto del predecessore.

Il diritto canonico invece prevede la possibilità dell’abdicazione papale in base a delle norme precise. Celestino V dichiarò che il pontefice poteva liberamente abdicare senza il benestare o l’approvazione di chicchessia. In seguito Bonifacio VIII accolse tale punto di vista e lo formalizzò includendolo nella collezione delle lettere decretali.

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