Trattato di Versailles

La Conferenza della pace che diede luogo alla formulazione del trattato di Versailles, firmato dai 27 stati dell’Intesa e dalla Germania, si tenne a Parigi a partire dal 18 gennaio 1919. Firmatari per la Germania furono H. Müller e J. Bell e per le principali potenze alleate ed associate W. Wilson, D. Lloyd George, G. Clemenceau e S. Sonnino.

Il documento solennemente sottoscritto era suddiviso in 15 parti, per un totale di 440 articoli, e sarebbe entrato in vigore dal 10 gennaio 1920.

L’assise internazionale fu inaugurata da un’allocuzione introduttiva del presidente della repubblica francese Poincaré che, imputando agli imperi centrali la responsabilità del conflitto ed elencando le sofferenze patite dalla Francia e dagli alleati alfine usciti vincitori, cercò di tracciare il canovaccio della conferenza.

Alla presidenza venne insediato Clemenceau e fu fissato l’ordine del giorno per il prosieguo dei lavori. Clemenceau, primo ministro della Francia, insieme a Wilson, Orlando e Lloyd George compose il “consiglio supremo” della conferenza, suo massimo organo decisionale.

Nella seconda seduta, che si svolse il 25 gennaio in sessione plenaria, furono approvate le deliberazioni del consiglio dei dieci e istituite cinque commissioni (sulle responsabilità e sui colpevoli di guerra, sulle riparazioni, porti, vie d’acqua e ferrovie, sul lavoro e sulla Lega delle nazioni); a queste poi si affiancarono la commissione per gli affari economici, per le finanze e le commissioni territoriali coordinate da una commissione centrale. Di tutte, la commissione più dibattuta fu quella della Lega o Società delle nazioni; in essa furono rappresentati quattordici stati. Il presidente statunitense Wilson volle essere eletto alla presidenza.  Essa fu il pallino di Wilson e rientrava in una strategia di pace anticipata dai quattordici punti (punto XIV) elaborati da Wilson nel gennaio 1918.

Secondo questo piano la creazione di un’associazione internazionale delle nazioni era necessaria per bandire la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e per sancire il trionfo del metodo della revisione dei trattati; inoltre si sarebbe affermato il principio dell’assistenza reciproca che avrebbe prevalso su quello dei confini strategici, non incidentalmente causa dello scoppio della discordia internazionale poiché in contraddizione col principio di autodeterminazione nazionale, accolto dalla conferenza di Parigi.

Alla prima riunione del 3 febbraio la commissione cominciò a lavorare su uno schema preliminare che dopo dieci giorni divenne la bozza conclusiva, in seguito trasfusa nel trattato. Durante le discussioni dei delegati che ne seguirono vennero a confronto le due visioni antitetiche dei francesi e degli anglo-americani.
La Francia, che aveva approntato un suo disegno organico di Lega, presentato dal delegato Léon Bourgeois, puntava su un’alleanza di tipo militare con un esercito internazionale, o perlomeno con uno stato maggiore supernazionale, a protezione dei confini. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti per converso rimarcavano l’esigenza di una garanzia generale che postulava un disarmo progressivo. I rappresentanti anglosassoni temevano le mire dei francesi e non volevano divenire ostaggio di una politica intransigente nei confronti della Germania. Soltanto la minaccia di Wilson di abbandonare le sedute persuase i francesi ad ammorbidire le loro posizioni predisponendoli alla mediazione. Il capo di stato statunitense presentò un progetto elaborato in collaborazione con l’esperto americano David Hunter Miller e Cecil Hurst, esperto inglese. Il 14 febbraio la commissione congedò la proposta conclusiva. Il 28 aprile la conferenza plenaria votò con un consenso unanime il testo. Il patto della Società delle Nazioni venne poi incluso nel corpo del trattato di Versailles (primi 26 articoli) insieme ai trattati di Saint-Germain, di Neuilly, di Trianon e di Sèvres.

I contrasti insorti relativamente alla Lega delle nazioni si reiterarono anche sulla questione delle colonie e del rinnovo dell’armistizio. Limitatamente alla prima le opinioni di Wilson non collimavano con quelle di Lloyd George. Se il presidente americano acconsentì alla volontà inglese di impedire il ritorno alla Germania delle colonie tedesche si oppose alla loro annessione al regno d’Inghilterra. D’altra parte Lloyd George dovette cedere di fronte alla fermezza americana sulla teoria dei mandati, che stabiliva l’affidamento dei territori abitati dalle popolazioni non in grado di autogovernarsi alle nazioni civilizzate le quali si sarebbero assunte la responsabilità della loro tutela per conto della Società delle nazioni, senza procedere ad annessioni; di conseguenza non era necessario dare dei compensi a quei paesi a cui erano stati promessi, ad esempio all’Italia.

In base al livello di sviluppo delle popolazioni, alla collocazione geografica del territorio e alle sue risorse economiche i mandati, che furono assegnati con appositi atti di mandato, accettati dalle potenze mandatarie, vennero suddivisi in tre categorie, di tipo A, B, C, corrispondenti ad una diversa graduazione di tutela. La gran parte dei mandati B e C fu assegnata attribuita dal consiglio supremo, assente la delegazione italiana, il 6 maggio 1919.
La soluzione dei mandati ricevette un consenso universale anche perché in questo modo gli acquisti non venivano accreditati alla Germania in conto riparazioni.

Riguardo al rinnovamento dell’armistizio i delegati francesi si adoperarono per introdurre sempre nuove condizioni concordemente col programma di massima debilitazione della Germania. Ma dovettero fare i conti con le contro-obiezioni di Inghilterra e Stati Uniti desiderosi di arrivare alla smobilitazione. La Francia che si scontrò con gli anglo-americani pure sulla questione degli approvvigionamenti ai paesi europei, temeva che i nemici tedeschi potessero riorganizzarsi e perciò fece di tutto per ritardare la smobilitazione; ciò avrebbe significato usufruire dell’esercito inglese e americano per imporre le condizioni della pace.
Per superare l’impasse i delegati britannici e americani proposero di scorporare le clausole militari in un accordo preliminare a parte. Il 22 febbraio si decise su pressione della Francia di inserire le questioni economiche e militari nel trattato preliminare. Ma il 14 marzo Wilson, che inizialmente aveva mostrato un certo interesse per il progetto, rigettò l’idea del trattato preliminare.

Da questo momento comincia la fase finale della discussione fino al 28 giugno 1919, data della firma del trattato.
La Francia di primo acchitto mise a parte le altre nazioni delle sue proposte che prevedevano il disarmo della Germania, l’annessione della parte meridionale della Saar e la costituzione di una repubblica renana da inglobare nell’unione doganale francese. Nessuno fuorché i francesi erano d’accordo su tali condizioni. Gli Stati Uniti rifiutarono con grande energia qualsiasi pretesa territoriale che si fondasse su argomentazioni di carattere storico.

Il 28 aprile una seduta generale della conferenza approvò lo statuto della Società delle nazioni. Il 7 maggio il trattato fu consegnato alla delegazione tedesca, guidata dal ministro degli esteri Brockdorff-Rantzau che a sua volta presentò delle controproposte scritte il 29 maggio, dal momento che gli venne negata la possibilità di esporre oralmente le sue ragioni. Criticando articolo per articolo i tedeschi si appellarono ai principi wilsoniani costatandone la loro sistematica violazione, e dimostrarono che gli alleati avevano disatteso l’impegno assunto con la nota americana al governo tedesco del 5 novembre 1918. Tuttavia le correzioni apposte dalla Germania non furono accettate se non in qualche punto marginale e tale da non intaccare l’architettura complessiva; da ricordare, a questo proposito, la modifica sul plebiscito dell’Alta Slesia . Dopo di ciò alle autorità tedesche fu consegnato un ultimatum il 16 giugno che intimava di sottoscrivere quanto deciso entro il termine di sette giorni, pena la ripresa delle ostilità; il che costrinse l’assemblea nazionale costituente di Weimar a notificare obtorto collo agli alleati l’approvazione tedesca.
Il trattato imponeva alla Germania l’adesione alla Società delle nazioni unitamente ad altri obblighi. Sul piano territoriale la Germania avrebbe dovuto cedere alla Francia senza che fosse previsto alcun plebiscito popolare, l’Alsazia-Lorena; siccome si trattava di una restituzione i francesi riuscirono ad ottenere una procedura straordinaria grazie alla quale essa decorreva dal giorno dell’armistizio (11 novembre 1918) anziché dall’entrata in vigore del trattato; oltre a questo i tedeschi residenti nella zona non avrebbero avuto il diritto di opzione tra la cittadinanza francese e quella tedesca avocato a sé dal governo della Francia.

Alla Polonia, ricostituita, la Germania devolveva la Posnania  e la Prussia occidentale, compresa Thorn. Tale zona formava un corridoio che permetteva allo stato polacco l’accesso al mare e separava quindi la Prussia orientale dal resto della Germania. Gli abitanti che popolavano il corridoio parlavano in polacco ma il porto e la città di Danzica, nella vallata della Vistola, si esprimevano in tedesco. Così la conferenza della pace cercò di contemperare il principio di nazionalità con l’esigenza della Polonia di vedersi assicurata la disponibilità di uno sbocco al mare. Il problema fu risolto trasformando Danzica in città libera sotto il controllo della Società delle nazioni. Il 9 novembre 1920 fu firmata la convenzione di Parigi che diede uno statuto politico alla città di Danzica.

La Cecoslovacchia si appropriò del territorio di Holtschin, e gli alleati della zona di Memel. La Germania poi dovette subire la cessione di tutti i possedimenti coloniali, in Africa e in Estremo Oriente, alla Francia (Togo e Camerun), all’Australia e alla Nuova Zelanda (i possedimenti in Oceania), alla Gran Bretagna il Tanganica, all’Unione Sud-Africana l’Africa occidentale tedesca, al Belgio i territori limitrofi al Congo, al Portogallo i territori limitrofi al Mozambico, e dulcis in fundo al Giappone il Kiao Ciao gli arcipelaghi delle Marianne, delle Caroline e delle Marshall.
Sulla base dei plebisciti popolari la Germania dovette privarsi dell’Alta Slesia alla Polonia, dei territori di Moresnet, Eupen e Malmédy a beneficio del Belgio, e dello Schleswig settentrionale alla Danimarca nel marzo 1920.
Per ciò che concerne il territorio della Saar la questione venne regolata nella maniera seguente: fu trovato un accordo che stabiliva per 15 anni un controllo internazionale della Società delle nazioni tramite una commissione composta da cinque membri, designati nel febbraio 1920, e l’unione doganale con la Francia che avrebbe avuto anche la proprietà delle miniere, come compenso alla distruzione delle miniere del nord e del Pas-de-Calais durante la ritirata dell’esercito tedesco. Successivamente al termine dei quindici anni un plebiscito popolare avrebbe dovuto decidere il destino della regione secondo tre indicazioni: 1) conservazione dell’amministrazione internazionale; 2) annessione allo Stato francese; 3) annessione alla Germania (nel 1935 si avrà la riunificazione alla Germania).
Infine si dovette accettare la proibizione dell’anschluss, ovverosia l’unione con l’Austria (ex art. 80), e l’apertura al traffico internazionale dei fiumi Elba, Oder, Memel, Danubio, Reno e Mosella.

A livello militare alla Germania fu imposta l’occupazione alleata della riva sinistra del Reno, e la riduzione drastica degli effettivi dell’esercito, che doveva contare non più di 100.000 volontari arruolati, mentre venne proibito il possesso di aerei e di carri armati; oltre a ciò la marina avrebbe avuto un valore pressoché simbolico non potendo costruire sottomarini, né navi superiori alle 10.000 tonnellate.
Sul piano economico, sebbene si assumesse il punto di vista del presidente americano contro l’imposizione dell’indennità di guerra alla Germania, si applicò la regola del risarcimento dei danni, dedotta dalla formulazione dell’articolo 231, che attribuiva ai tedeschi la responsabilità dell’avvenuto conflitto. Il trattato prescrisse che sarebbe spettato ad una commissione stabilire l’ammontare delle riparazioni e le quote che annualmente il governo tedesco avrebbe dovuto devolvere agli alleati sin dal 1° maggio 1921. Venne altresì ordinata la restituzione di ogni bene sequestrato o requisito durante la guerra e che la Germania sostenesse le spese dell’esercito di occupazione alleato che sarebbero state detratte dalla cifra totale delle riparazioni.

L’importanza del trattato di Versailles e dell’annesso patto della Società della Nazioni fu notevolmente sminuita dal parere negativo espresso dal Senato americano che ne rifiutò l’approvazione alla maggioranza costituzionale dei due terzi.

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