Spedizione dei Mille

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1860, simulando un atto di pirateria, per non compromettere il governo piemontese di fronte alla diplomazia europea, Giuseppe Garibaldi ed altri patrioti dell’unità d’Italia, in numero di circa 1.100, s’impossessarono di due piroscafi della società Rubattino, il Lombardo e il Piemonte, e dagli scogli di Quarto s’imbarcarono alla volta della Sicilia.

Fu questa la spedizione che diede un colpo mortale al regno delle due Sicilie e il primo atto della formazione di un’Italia unita.

Si sa che la primogenitura dell’impresa spetta a Francesco Crispi, siciliano e mazziniano di antica appartenenza, anche se non si deve dimenticare il contributo d’idee dell’esule democratico Rosolino Pilo, già compartecipe del fallito tentativo di rivolta organizzato da Carlo Pisacane nel 1857.

Comunque sia il progetto di una iniziativa insurrezionale da attuarsi nel Meridione era balenato a più riprese nelle menti del movimento rivoluzionario italiano e tuttavia solo più tardi poté concretarsi con pieno successo di risultati. Da diverso tempo gli esuli democratici avevano scommesso sulla probabilità di una rivoluzione siciliana, stante il malcontento che covava sotto la crosta di un apparente immobilismo. D’accordo con Mazzini Crispi, sbarcato in Sicilia nell’estate del 1859, costatava l’esistenza di un terreno potenzialmente fertile per l’agitazione politica ma aveva dovuto arrendersi davanti all’evidenza della repressione e rinviare al futuro i suoi disegni. Viceversa Garibaldi, benché fosse fermo e saldo nella prospettiva di un’Italia unita, ancora nel 1860- come testimonia una lettera scritta a Pilo il 15 marzo- appariva dubbioso e pessimista sulla possibilità di una rivoluzione a breve termine. Per vincere le sue esitazioni furono sufficienti le notizie dell’insurrezione palermitana; ora, diversamente dai precedenti esperimenti democratici, si trattava di dare manforte ad una rivolta in corso piuttosto che evocarne una dal nulla. D’altronde l’eroe dei due mondi, deciso a non compromettersi in modo affrettato e azzardato, aspettò altre quattro settimane per vedere se la rivolta si sviluppasse con buona riuscita, mentre concentrava volontari e mezzi a Genova. Senza perdere tempo egli ruppe ogni indugio, cercando di coinvolgere nell’impresa Casa Savoia, fedele alla sua linea che prevedeva in caso d’azione il programma “Italia e Vittorio Emanuele”. Dunque l’ideale dell’unità italiana rappresentò la molla che spinse i garibaldini ad intraprendere l’iniziativa in solidarietà con i moti siciliani dell’aprile 1860. Questo obbiettivo, esplicitato nel proclama Agli italiani, lanciato al momento della partenza, era inscritto nel programma storico del partito democratico, pian piano conquistando il fronte moderato, e ad esso si subordinò ogni passo. Ove i moderati, seppur aperti ad una soluzione unitaria, si crogiolavano in attendismo asfittico, i democratici s’incaricarono di sbloccare la situazione d’impasse del movimento nazionale. Anche Cavour, che aveva attuato una sorda opposizione allo sbarco, contrariamente a Vittorio Emanuele che si era dimostrato compiacente, dopo un colloquio col re a malincuore diede il suo benestare. Lo statista piemontese aveva timore del rafforzamento della corrente repubblicana ed del ritorno sulla scena politica di Mazzini. Astutamente aveva sperato di far propria l’iniziativa dando l’incarico ad un suo emissario, Giuseppe La Farina, di recarsi a Palermo per preparare l’annessione della Sicilia al regno sabaudo.

Gli uomini al seguito di Garibaldi, ufficialmente denominati Cacciatori delle Alpi, corpo che peraltro aveva vestito divisa piemontese, erano uno spaccato di tutte le classi sociali italiane, artigiani, operai, professionisti, commercianti, e anche intellettuali. La loro provenienza geografica era altrettanto mista, dalla Lombardia, la maggioranza, al Veneto, dalla Liguria alla Toscana e alla Sicilia; molti di loro avevano già combattuto con Garibaldi nella campagna dell’anno prima. Tra di essi vi erano nomi di grande risalto come il già menzionato Francesco Crispi, Nino Bixio, il “secondo dei mille”, Benedetto Cairoli, futuro presidente del consiglio dei ministri del regno d’Italia, Ippolito Nievo, poeta e letterato, Giuseppe Cesare Abba.

Il giorno dopo la partenza i patrioti sostarono a Talamone. In questa località essi si procurarono il rifornimento di munizioni e viveri consegnati dal comandante del forte di Santo Stefano. Qualche decina di volontari, al comando di Callimaco Zambianchi, si diressero per autonoma iniziativa verso lo Stato della Chiesa per distogliere l’attenzione dalla discesa in Sicilia.

Il resto della spedizione si lasciò alle spalle il porto di Talamone il 9 maggio per andare avanti sulla via di Marsala, dove ormeggiò due giorni più tardi. Nella cittadina siciliana, non trovando ostacoli sul loro cammino e godendo anche della tolleranza della flotta inglese, il cui governo non vedeva di cattivo occhio l’impresa, i volontari si inoltrano all’interno dell’isola.

Il 13 maggio, giunti a Salemi, Garibaldi proclamò di assumere la dittatura in Sicilia per conto di Vittorio Emanuele, decretando la leva in massa di tutti gli uomini validi. L’accoglienza da parte della popolazione locale di Salemi fu molto più entusiastica che non a Marsala.

Il 15 maggio nei pressi Calatafimi i garibaldini, malgrado la netta inferiorità in termini di numero e armamento, s’imposero militarmente ad una compagnia borbonica. Questa vittoria aprì la strada per Palermo, che Garibaldi pensò di conquistare con il sussidio dei “picciotti”, le squadre, così chiamate dai siciliani, messe in piedi da Sirtori e capeggiate da Rosolino Pilo. Finalmente il 27 maggio la capitale fu espugnata e il 30 Garibaldi, a bordo di una nave da guerra inglese, firmava l’armistizio con il generale borbonico Lanza, le cui truppe deposero le armi ed evacuarono il 6 giugno, riconoscendosi sconfitte.

Frattanto la rivolta si era estesa a tutta la Sicilia. Da una parte ciò aveva protetto l’avanzata dei patrioti, dall’altra aveva demoralizzato i soldati borbonici. In pari tempo nell’isola accorrevano in soccorso dei rivoluzionari altri combattenti. In giugno e in luglio due spedizioni, organizzate da Medici e da Enrico Cosenz, fecero affluire qualche migliaio di uomini ben forniti di armi ed equipaggiati; addirittura si formarono dei contingenti stranieri fiancheggiatori, per lo più composti di ungheresi e francesi. Il 24 luglio il comando borbonico abbandonò Milazzo e il 27 luglio i garibaldini entrarono a Messina. Dappertutto le forze regie capitolarono, in ogni dove i contadini insorsero.

“In nome di Vittorio Emanuele re d’Italia” furono emanati vari importanti decreti. In primo luogo, per organizzare sommariamente l’amministrazione e garantire l’ordine pubblico, furono ristabiliti i Consigli civici e tutti i funzionari esistenti prima della restaurazione borbonica del ’49, fu istituito un Consiglio di guerra e la pena di morte per sanzionare i reati di omicidio, furto e saccheggio. In secondo luogo, per assicurarsi il favore delle classi agricole, venne abolito il dazio sul macinato, tutte le imposte introdotte dal governo borbonico dopo l’ultima restaurazione, e promulgata una legge sulla divisione dei beni comunali.

La repressione dei moto contadini tranquillizzò la borghesia e i ceti possidenti che compresero, di fronte alla crisi delle strutture del regno borbonico, l’opportunità di unirsi alla causa nazionale.

Saldamente padroni della Sicilia, con a disposizione un esercito rafforzato da migliaia di volontari che lo raggiungevano da ogni parte d’Italia, rinfrancati dai ripetuti successi, Garibaldi e i suoi, certi del favore inglese e della neutralità francese si preoccuparono di continuare le operazioni militari sul continente fino alla totale liberazione del Mezzogiorno; tanto più che Cavour, assicuratosi le spalle sul piano diplomatico, riconosceva il fatto compiuto.

Il 19 agosto Garibaldi sbarcò, forte di uno scaglione di 3.700 uomini del ribattezzato Esercito meridionale, nelle vicinanze di Melito in Calabria e cominciò a risalire la penisola. Francesco II, in un ultimo tentativo di salvare in extremis il potere, per ingraziarsi il favore dei liberali aveva ristabilito la costituzione del 1848, con l’Atto Sovrano del 25 giugno, dando mandato ad Antonio Spinelli di costituire un nuovo esecutivo.

Ma il processo di disgregazione del suo regno e l’ostilità dell’opinione pubblica non erano più arginabili. La tendenza annessionista stava diventando prevalente.

La sua avanzata fu rapidissima. Il 21 agosto Reggio cadde nelle mani dei garibaldini, il 31 agosto si arrese Cosenza, il 6 settembre Salerno ed il 7 fu assalita Napoli.

Il successore di Ferdinando II, ritiratosi da Napoli protetto dai suoi reparti fedeli, si asserragliò a Gaeta, organizzando un ultima resistenza sul Volturno, in seguito stroncata da Garibaldi. Il generale poté quindi far ingresso nella capitale, precedendo di alcuni giorni le proprie truppe, chiamatovi dal ministro dell’interno liberale Liborio Romano, il quale temeva una sommossa popolare.

Era chiaro che Garibaldi non intendeva fermarsi a questo punto, ma puntava ad attaccare lo Stato pontificio; in lui ad onta delle replicate confessioni di lealismo monarchico, si faceva strada la prospettiva della rivoluzione repubblicana, o quantomeno della costituente italiana, richiesta a gran voce da Mazzini, accorso intanto a Napoli insieme a Cattaneo. Stando così le cose l’unificazione italiana pareva sfuggire di mano al governo sabaudo per dare spazio all’iniziativa popolare, secondo le previsioni azioniste. Perciò Cavour d’intesa con Vittorio Emanuele, agitando la tutt’altro che potenziale minaccia rivoluzionaria, una volta ottenuta l’adesione di Napoleone III all’intervento delle truppe regie, prese la decisione di invadere le Marche e l’Umbria per recuperare il terreno e mettersi alla testa del movimento nazionale. Entro il 29 settembre le due regioni furono occupate. Il re, trionfante dopo l’invasione dei territori pontifici, ad eccezione di Roma e del Lazio, riaffermò perentoriamente la sua autorità intimando a Garibaldi di attendere il suo arrivo e di rassegnare i poteri nelle sue mani; in caso contrario avrebbe usato la forza. Rimanendo la posizione delle milizie garibaldine abbastanza difficile, dal momento che l’esercito borbonico benché svigorito disponeva ancora di 50.000 uomini ben armati, fallita la manovra per far licenziare Cavour da Vittorio Emanuele, il generale fu portato ad ubbidire al comando sovrano, rinunciando al programma massimo di annunciare in Campidoglio la completa unità della patria. Per cui il 7 ottobre egli, dopo aver nominato Giorgio Pallavicino prodittatore a Napoli, fece da questo indire un plebiscito, contemporaneamente promosso anche in Sicilia, che in ambedue le regioni dette una larghissima maggioranza pro-annessionista. Il 26 ottobre Garibaldi e Vittorio Emanuele II s’incontrarono a Teano ed il 7 novembre i due fianco a fianco raggiungevano Napoli. L’8 novembre il capo dei Mille, ceduti i poteri, s’imbarcava da Napoli per Caprera.

L’episodio di Teano registrò la definitiva vittoria di Cavour, il quale si strinse i tempi per la convocazione del parlamento subalpino a cui sottopose la ratifica formale dell’invasione dello Stato pontificio e dell’annessione delle altre province meridionali. Il regno d’Italia avanti lettera sorgeva sotto forma di estensione geografica del regno di Sardegna.

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