Il moti del 1848 in Francia

Il sistema, censitario e corrotto, della monarchia di luglio venne meno nel febbraio 1848 travolto dall’ondata popolare che si sviluppò nella capitale parigina. Da tempo la monarchia orleanista col suo immobilismo si era inimicata un largo schieramento sociale e politico. All’opposizione si situavano forze composite, dai legittimisti, ai liberali moderati, capeggiati da Odilon Barrot, che si erano costituiti in opposizione dinastica, passando per i bonapartisti nazionalisti, i repubblicani radicali di Ledru-Rollin, fino ai socialisti rivoluzionari.

La Francia si era imborghesita ma il popolo, compresi i ceti medi, restava emarginato dalla vita politica.

Il regime sorto dalle tre “gloriose giornate” del 1830 riservava l’esercizio della sovranità- concetto nato dalla rivoluzione del 1789, e che aveva sostituito il principio della monarchia di diritto divino, secondo il quale l’autorità discendeva dal sovrano ai sudditi- ad un pugno di eletti “capaci”, circa 200.000, un’élite aristocratica e borghese, i censitaires, che troppo sfacciatamente mettevano il loro potere al servizio esclusivo dei propri interessi di classe. Come se non bastasse l’eccessiva frammentazione dei collegi elettorali dava spazio a manovre non troppo pulite, a intrighi di basso costume, che degradavano la politica a lotta di consorteria. Perciò la richiesta della riforma elettorale, inalberata dagli oppositori, si collegò sia ad un’istanza di giustizia sociale sia ad un sentito bisogno di moralità pubblica che saliva dalle viscere della società reale.

Tutto il periodo di governo del Guizot, primo ministro dal 1847, vide la costante ripresentazione da parte dell’opposizione costituzionale di due proposte riformatrici. La prima era incentrata sull’allargamento del suffragio e la seconda mirava ad eliminare attraverso una legge sull’incompatibilità la piaga della corruzione; malauguratamente ogni volta i progetti furono respinti dalla maggioranza del parlamento. Occlusa la via istituzionale la minoranza portò la questione nelle piazze e dal luglio 1847 fu lanciata la “campagna dei banchetti” che, secondo le intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto mettere il Guizot di fronte alle sue responsabilità.

Verso la metà del febbraio 1848 la proibizione da parte dell’esecutivo di uno di questi banchetti, da tenersi nel XII circondario, diede il segnale ad un movimento di protesta che assunse toni marcatamente radicali. Il 22 febbraio fu indetta una manifestazione di massa alla quale partecipò un vasto fronte sociale di studenti, operai, artigiani, ecc. Il giorno seguente, in un crescendo politico, maturarono gli eventi rivoluzionari. La guardia nazionale parigina, che doveva tutelare l’ordine pubblico a Parigi e su cui le autorità facevano assegnamento, stanca dell’esclusivismo oligarchico, fraternizzò con i manifestanti.

La defezione della guardia nazionale fu un colpo di fusta per il vecchio re Luigi Filippo che conferì l’incarico di formare un nuovo ministero a Thiers, propugnatore della monarchia parlamentare, e a Odilon Barrot. Questo gesto giunse però tardivamente e non soddisfece l’opinione pubblica già conquistata da parole d’ordine radicali. Mentre le manifestazioni continuavano si ebbero i primi scontri sanguinosi con dei reparti militari sul boulevard des Capucines, di fronte al Ministero degli affari esteri. Nella notte tra il 23 e i 24 febbraio furono erette le barricate. L’esercito, comandato da Bugeaud, davanti all’insurrezione rinunciò alla repressione; il re, al pari di Carlo X, rinunciò al trono in favore di suo nipote e abbandonò le Tuileries; quindi salpò da Le Havre alla volta della Gran Bretagna. Come nelle giornate di luglio del 1830 la monarchia cedette senza resistenza alcuna alla sollevazione popolare, quasi fosse un fattore ormai alieno al resto della nazione.

Il piccolo conte di Parigi, beneficiario dell’abdicazione, sotto la reggenza della madre, la duchessa d’Orléans, fu condotto alla Camera dei deputati per essere acclamato come nuovo sovrano. Dietro questo tentativo vi era la convinzione dei gruppi conservatori di poter controllare il processo in atto assicurando la continuità del potere orleanista. Ma contemporaneamente la folla parigina tumultuante irruppe nel palazzo Borbone reclamando un mutamento costituzionale. I deputati dell’opposizione, sorpresi dall’eccitazione delle masse, non più in grado di tenere a freno la situazione, si acconciarono a proclamare la repubblica, in attesa della convocazione di un’assemblea costituente, da eleggersi a suffragio universale, che avrebbe regolato il nuovo ordinamento costituzionale.

Questo episodio mascherò la discrepanza fra le necessità popolari, che spostarono a sinistra il baricentro del governo repubblicano trovando espressione nella richiesta degli ateliers nationaux (opifici nazionali) , e la rappresentanza politica trascinata su posizioni estreme dalla pressione dal basso ma più tendente al moderatismo. Piacesse o non piacesse bisognò accettare la repubblica, il cui nome per gli uomini d’ordine rimaneva legato a tristi ricordi. D’altro canto si doveva evitare che essa fosse dominata dai faubourgs e dai quartieri proletari di Parigi. Sicché dalla mescolanza di due liste concorrenti, quella elaborata nella redazione del National, giornale repubblicano e moderato cui facevano riferimento i deputati dell’estrema sinistra, e l’altra preparata dalla redazione della Réforme, foglio repubblicano socialisteggiante, diretto da Flocon, con degli addentellati nei settori extraparlamentari, fu posto in essere un nuovo governo composto a maggioranza da elementi borghesi, come Lamartine, agli esteri, e Ledru-Rollin, al ministero degli interni, con l’aggiunta di un teorico del socialismo, Louis Blanc e di un operaio meccanico, tale Martin, soprannominato Albert. Il blocco dei repubblicani liberali, che annoverava uomini ostensibilmente contrari alle idee socialiste, si assicurò il controllo delle leve economiche.

Insediatosi nell’Hotel de Ville il governo provvisorio interagì in continuazione con gli insorti, che detenevano ancora le armi, e che sollecitavano costantemente dei provvedimenti mirati. Abolita la schiavitù nelle colonie e la pena di morte, fondamentalmente due furono le questioni che tennero banco nella discussione politica : la crisi socio-economica e l’avvenire economico e politico del regime.

Contro il primo pericolo, precedente alla rivoluzione (1846-1847) e che aveva avuto una recrudescenza in seguito ai disordini sociali, si adottarono delle opportune misure tese ad arginare il caos finanziario ( corso forzoso dei biglietti di banca, immissione nella circolazione di piccoli tagli, incoraggiamento alla creazione di banche di sconto in provincia) e la dilagante disoccupazione. Per sussidiare il bilancio statale furono aumentate le imposte del 45%, con i cosiddetti “quarantacinque centesimi”. Per porre rimedio alla disoccupazione, pericolosa per la stabilità, il governo si indirizzò verso l’opzione tradizionale, consistente nel destinare i disoccupati a lavori pubblici di importanza secondaria contro l’alternativa indicata da Louis Blanc, la soluzione socialista, consistente nell’approfittare del marasma dell’industria privata per lasciare spazio alla attività cooperativa degli operai. Fu decretato il diritto al lavoro, cui seguì la diminuzione dell’orario lavorativo a 10 ore, la soppressione del cottimo e la creazione degli ateliers nationaux, o officine nazionali, mediante i quali si procedette all’arruolamento massivo di personale inquadrato da allievi dell’École centrale. Più in là si istituì la Commissione di governo per i lavoratori, chiamando alla presidenza Louis Blanc e alla vice-presidenza Albert, la cui sede fu il palazzo del Lussemburgo. Indubbiamente, e ciò sposta l’attenzione sulla seconda emergenza politica, il fatto che in questo comitato permanente ci si dedicasse allo studio dei problemi sociali e si illustrassero anche pubblicamente le diverse teorie socialiste dell’epoca spaventò molto l’opinione moderata, già tra l’altro inquietata dal clima di completa libertà di stampa e di riunione. Parigi era tranquilla e calma ma suscitava inquietudine vedere un acceso repubblicano, Caussidière, installato alla prefettura di polizia mentre si apriva l’accesso alle plebi all’arruolamento nella guardia nazionale fino ad allora preclusogli perché riservato alle classi medie. Si paventava dunque che un certo spirito radicaleggiante fosse nient’altro che il momento preliminare all’avvento di una “repubblica sociale”.

In questo clima di sospetto e di timore si prepararono le elezioni per l’assemblea costituente, le prime a suffragio universale maschile, fissate per il 23 aprile.

Allo scopo di superare il difetto del campanilismo e la politica delle camarillas la legge elettorale sostituì il meccanismo uninominale con la lista proporzionale eletta nel dipartimento. La nascitura assemblea, definita nazionale e costituente, si sarebbe composta di 900 membri che si sarebbero appellati rappresentanti del popolo invece che deputati. Tra gli eletti si conteranno appena un centinaio di socialisti e democratici, circa 200 legittimisti, mentre il grosso, i “repubblicani del giorno dopo”, erano espressione di un orientamento di centro. La Francia aveva votato conformemente alle posizioni dominanti nel governo provvisorio, per una repubblica liberale, lontana dagli accenti socialisti e da ipotesi di un ritorno alla reazione monarchica.

Un ruolo(elemento) decisivo nella determinazione del risultato elettorale lo aveva giocato la provincia francese. Toccata a malapena dalla ventata rivoluzionaria parigina, soprattutto la massa contadina, che aveva assistito benevolmente al sorgere della repubblica, solo in casi sporadici dando sfogo ai suoi istinti ribellistici, premiò i candidati governativi e bocciò sonoramente i progetti di radicalismo sociale coltivati dall’estrema sinistra. Non casualmente Lamartine, anima del repubblicanesimo liberale e figura emblematica di uno spirito, raccolse una gran messe di suffragi superiore ai voti raccolti da Ledru-Rollin. In definitiva la linea che uscì vincente era la stessa propagandata dal giornale Le National, nome che servì per individuare la corrente maggioritaria della competizione elettorale che per diversi mesi guiderà il paese.

All’indomani del voto scoppiarono le contraddizioni che si nascondevano sotto l’apparente coltre unitaria. Per la piccola e media borghesia che aveva avversato l’aristocrazia del denaro, padrona indiscussa sotto la dinastia orleanista, e che aveva appoggiato l’insurrezione popolare, la repubblica democratica era un punto di arrivo, giacché attraverso lo scardinamento del meccanismo elitario aveva raggiunto il potere. Per il proletariato viceversa la conquista della democrazia costituiva un mezzo per rimuovere le ingiustizie sociali e migliorare la loro condizione. Si infranse in questo modo l’idillio realizzatosi nella prima fase della rivoluzione fra la frazione liberale e democratica e la componente socialista analogamente rappresentate nel governo. La solidarietà repubblicana della “rivoluzione della fraternità” lasciò il posto alla guerra civile. Sullo sfondo lo scontro di classe tra operai e borghesia che sarà un segno distintivo della nuova era industriale. Un assaggio di quella che sarà una delle pagine più sanguinose della storia di Francia si verificò a Rouen, centro dove la disoccupazione raggiungeva cifre elevate. Il 26 aprile una manifestazione operaia che intendeva solidarizzare con un esponente della sinistra in odore di socialismo, battuto alle elezioni dal candidato vicino alla corrente del National, si trasformò in sommossa duramente sedata dalle forze di polizia.

L’atmosfera politica volgeva in direzione di un consolidamento dell’ordine repubblicano. Il 4 maggio i rappresentanti eletti il 23 aprile riproclamarono la repubblica per rinnegarne le origini: fatto che stava a significare lo spostamento della fonte di legittimità dalla rivoluzione all’assemblea liberamente eletta. Quest’ultima fu impegnata sia nel compito di elaborazione costituzionale sia in quello di dare un governo alla nazione. Una commissione esecutiva di cinque membri incaricata di scegliere i ministri responsabili fu formata. Nonostante la nomina di Ledru-Rollin e di Lamartine, considerati essi stessi di vedute troppo avanzate, la maggioranza conservatrice volle affermare la propria supremazia rimettendo a posto le intemperanze popolari e facendola finita con ogni esperimento di riformismo sociale che potesse adombrare il sospetto di misure sovvertitrici del fondamento classista. Così il 15 maggio la folla, che invocava il sostegno in favore della Polonia, fu ricacciata indietro e dispersa, mentre quei leaders della sinistra che come Louis Blanc erano stati portati in trionfo dai manifestanti vennero arrestati ed incarcerati.

Le elezioni complementari del 4 giugno comprovarono il clima di polarizzazione dando ragione alle ali estreme, a destra come a sinistra.

Il 21 giugno ci fu la prova di forza : gli ateliers nationaux furono sciolti, agli operai rimanendo la scelta di arruolarsi nell’esercito o di partire per la provincia per dissodare la Sologne paludosa. Questo attacco al tempo stesso politico, perché si riproponeva di allentare la concentrazione e la pressione proletaria su Parigi, ed economico, in quanto lesivo delle condizioni di vita degli strati più bisognosi, generò una reazione vulcanica. Per tre giorni la capitale fu messa a soqquadro. Fu proclamato lo stato d’assedio e concessi i pieni poteri al generale Cavaignac, ministro della guerra, che li utilizzò per schiacciare in maniera impietosa la rivolta. Si calcola che i morti lasciati sul terreno furono circa 2.000 e gli imprigionati un po’ più di 20.000.

Le giornate di giugno immancabilmente ebbero un contraccolpo sulla situazione politica generale. La repubblica democratica si avviava sul crinale di un lento declino. Cavaignac, depositario del potere esecutivo e delle funzioni di capo dello stato, a cui furono riconfermati i pieni poteri, prorogò lo stato d’emergenza. Il nuovo governo, che espunse la frangia democratico-repubblicana di Lamartine e Ledru-Rollin, limitò il diritto di riunione e abrogò la libertà di stampa; inoltre gli opifici nazionali vennero smantellati senza riguardo.

Il 4 novembre la Costituente terminò le sue fatiche costituzionali. Il testo varato creava un regime politico in cui la figura del presidente della repubblica, votato direttamente dai cittadini ogni quattro anni, veniva dotato di poteri semi-dittatoriali e si contrapponeva ad un’assemblea parlamentare eletta per un triennio a suffragio universale.

Alle elezioni presidenziali del 10 dicembre del 1848 la vittoria di Luigi Napoleone mostrò che il principio bonapartista avrebbe scalzato in poco tempo le fragili basi democratiche della seconda repubblica.

Annunci

1 Commento

Archiviato in Storia

Una risposta a “Il moti del 1848 in Francia

  1. Pingback: 2010 in review « Eucondrio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...