Il connubio

Il connubio fu quell’operazione politica architettata da Cavour che portò ad un accordo tra la corrente dei democratici moderati, guidati da Urbano Rattazzi, e dei liberali di centro in maniera da spianare la strada alla sua elezione alla presidenza del consiglio.

Camillo di Cavour fu ministro del gabinetto Azeglio dal 12 ottobre 1850 al 16 maggio 1852, da dove diresse la politica economica e finanziaria del Regno subalpino e diventò una figura predominante soprattutto quando nell’aprile 1852 assunse il portafoglio delle finanze (a cui furono aggregati il commercio e la marina). Per merito del nuovo arrivato la battaglia liberale, cui egli aveva fortemente dato impulso come leader parlamentare della maggioranza governativa e come direttore del giornale Il Risorgimento, proseguì e si estese ad altri settori.

Durante questo periodo il Cavour esercitò una crescente influenza su molte questioni di taglio generale e sostenne un indirizzo progressista che ebbe come coordinate lo sviluppo economico, il libero scambio e il rafforzamento delle garanzie statutarie a presidio del regime costituzionale.

Abbastanza libero nello svolgimento dei suoi programmi, dato che Massimo d’Azeglio non era tipo da invischiarsi negli affari quotidiani dei ministeri, Cavour cominciò però ad autonomizzarsi e a coltivare in proprio una politica che divaricava dalle linee principali del gabinetto. In gioco non vi era il prestigio personale o il ruolo dentro la compagine governativa bensì la necessità di difendere la politica di riforme e di progresso portata avanti in quegli anni.

Di fronte all’offensiva delle forze più conservatrici che, ringalluzzite dalla nuova situazione internazionale creata dal colpo di stato francese del 2 dicembre 1851, ambivano a far regredire sul continente la spinta propulsiva dei movimenti liberali e democratici, gli uomini interessati a salvaguardare le conquiste sociali e politiche raggiunte cercarono un’intesa in casa loro. In Italia il banco di prova dello scontro tra le diverse tendenze in lizza fu rappresentato dalla legge sulla libertà di stampa presentata in parlamento dal guardasigilli De Foresta nel febbraio 1852.

Nella discussione che seguì in aula Rattazzi, che intendeva dissociarsi dalle polemiche virulente dell’estrema sinistra, sebbene criticasse il provvedimento non mancò di mostrare comprensione per la scelta del governo offrendo la sua collaborazione e quella del gruppo ad una politica riformatrice e di difesa dello Statuto albertino. Lo stesso Cavour, che doveva guardarsi dall’attaccare frontalmente un provvedimento che godeva del sostegno del re, se giustificò le misure del guardasigilli tese però a ridimensionarne la portata di carattere generale così come auspicava l’estrema destra; egli perciò tese la mano a Rattazzi contribuendo a far uscire allo scoperto una convergenza politica al centro degli schieramenti parlamentari ai suoi occhi utile al progetto liberali.

Pochi mesi dopo, gli effetti dell’alleanza parlamentare, polemicamente designata “connubio” dal conservatore Pinelli, diventata ormai di pubblico dominio, si videro attraverso l’elezione di Rattazzi alla presidenza della Camera avvenuta l’11 maggio 1852 e politicamente osteggiata da Vittorio Emanuele e dal premier in carica. Che il Cavour fosse costretto alle dimissioni da ministro fu solo una battuta d’arresto temporanea presto contraddetta dalla caduta del governo d’Azeglio nell’ottobre 1852. Il 4 novembre seguente il Cavour ottenne l’incarico di presidente del consiglio. Il “Grande ministero”, come fu chiamato, governò quasi ininterrottamente fino al 1858 su un programma ben sintetizzato dalle parole di Michele Castelli, testimone oculare dei colloqui tra Rattazzi e Cavour : “Monarchia, Statuto, Indipendenza e Progresso civile e politico”.

Considerato a volte come l’anticamera del trasformismo, annoso vizio del parlamentarismo italico, il connubio rese possibile il potenziamento della funzione del parlamento nei riguardi della Corona e del governo all’interno dell’istituto rappresentativo mediante una considerevole maggioranza che si aggirava intorno al 60% e l’isolamento delle frange estreme a destra e a sinistra. Cavour così, facilitato nell’agire, creò le basi dell’imminente regno d’Italia. Rinsaldato il potere all’interno, rafforzato il regime parlamentare, innalzato il prestigio del Piemonte, che assunse una funzione determinante nel Risorgimento italiano, egli poté incominciare a giocare un ruolo nel movimento nazionale manovrando sia a livello dei rapporti con le altre forze politiche della penisola sia nelle relazioni con i paesi stranieri.

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