I moti del 1848 in Italia e l’Austria

La penisola italiana al volgere del 1848 era tutta un ribollire di eventi rivoluzionari. Una nuova stagione riformatrice si dischiuse. La spinta popolare costrinse i moderati ad andare ben oltre i limiti della legalità e finì per trascinarli in una guerra patriottica. Il 3 gennaio 1848 a Milano scoppiarono degli incidenti, con vittime tra i civili, a causa di una campagna per l’astensione dal fumo, organizzata dai liberali al fine di danneggiare le entrate statali.

A Palermo il 12 gennaio incominciò l’insurrezione contro i Borboni; le truppe regie tra il gennaio e febbraio furono cacciate dappertutto. Nelle varie città il potere fu avocato temporaneamente da comitati composti da nobili e borghesi. In parecchi centri agricoli le masse contadine distrussero gli uffici dell’imposta sul macinato e i registri catastali. Il 2 febbraio il Comitato generale di Palermo, istituita la guardia nazionale, assunse il governo provvisorio di tutta la Sicilia in attesa dell’adunanza del “Generale Parlamento per adattare ai tempi la costituzione del 1812”.

A Napoli Ferdinando II, rispondendo alle dimostrazioni popolari, accordò la riforma costituzionale che fu annunciata da un nuovo ministero, diretto dal duca di Serracapriola, Nicola Donnorso Maresca. Il testo, passato al vaglio del Consiglio di stato, dopo che il re vi appose la firma, fu pubblicato l’11 febbraio.

Negli stessi giorni Pio IX fece stampare un manifesto con l’incipit “Benedite, gran Dio, L’Italia” che divennero le parole prese a prestito dal movimento patriottico. Di pari passo Carlo Alberto, dapprima contrario alle riforme, finì per cedere alla pressione degli avvenimenti e il 4 marzo fu promulgato lo Statuto albertino. Il granduca di Toscana Leopoldo concesse pure la costituzione l’11 febbraio e la diffuse il 17. Il 14 marzo infine Pio IX, seguendo a ruota, pubblicò lo “Statuto fondamentale pel governo temporale degli Stati della Chiesa”.

Caratteristiche comuni di queste leggi costituzionali furono un parlamento eletto, ancorché a suffragio ristretto, l’esistenza di un ministero responsabile, l’introduzione della libertà e dell’uguaglianza civile, la libertà di stampa, la guardia civica, e il principio dell’irresponsabilità del sovrano.

Nei territori sotto la dominazione austriaca, nel Regno Lombardo-Veneto, i moti si ricongiunsero al più generale rivolgimento internazionale. D’altro canto la specificità, e il fattore unificante dei conflitti esplosi all’interno dei confini asburgici s’incentrò sulla questione dell’indipendenza, contraddistinta dalla rivendicazione di autodeterminazione politica da parte delle differenti identità nazionali. Che in Italia esistesse un problema di siffatta natura verrà subito posto in evidenza.

L’idea nazionale salì in cattedra a braccetto con il sentimento liberale che farà scaturire una più moderna sistemazione degli ordinamenti politici. Le notizie delle insurrezioni europee furono la miccia che in Italia fece volgere le cose su una china rivoluzionaria. Ai fatti di Vienna del 13 marzo 1848 Venezia rispose tumultuando. Il 17 il governatore di origine ungherese conte Pallfy rilasciò Daniele Manin, insigne avvocato e patriota veneziano, e lo scrittore Niccolò Tommaseo e il 18 acconsentì all’armamento della Guardia civica che venne posta sotto gli ordini del Municipio e sotto il comando di Angelo Mengaldo, già ufficiale napoleonico.

A Milano, allorquando, la sera del 17 marzo, si sparse l’informazione della insurrezione viennese, provocò immantinente l’affissione di un avviso imperiale che annunciava una legge sulla libertà di stampa e la convocazione degli Stati dei paesi tedeschi e slavi e le Congregazioni del Lombardo-Veneto non oltre il 3 luglio. Gli avvenimenti presero subito una piega violenta, a differenza di Venezia, dove il 22 marzo per effetto della rivolta degli arsenalotti le truppe austriache furono portate necessariamente ad evacuare la città, nella quale tutto si svolse in maniera abbastanza incruenta.

Dando vita alle cinque storiche giornate (18-22 marzo) la capitale ambrosiana si sbarazzò senza problemi del vice-governatore conte Enrico O’Donnel, figura di secondo piano, ma s’imbatté, lungo il cammino della liberazione, nell’ostacolo della tenace resistenza del comandante militare della Lombardia, il maresciallo Radetzky.

Questi prese possesso del Broletto (palazzo municipale) e cercò con il rinforzo di 20.000 uomini di soffocare nel sangue la rivolta milanese, alla cui testa si era posto intanto il radicale Carlo Cattaneo. Come personalità stimata della sinistra repubblicana, democratica e federalista egli aspirava ad una genuina emancipazione politica ed economica dall’Austria ma senza cadere nelle braccia del reazionario Piemonte, guidato da un principe “esercitato a sedurre e tradire, a lusingare e fucilare”.

Da parte sua la corrente dei moderati, il patriziato milanese, rappresentato da Gabrio Casati, potestà della città, e dal conte Borromeo, confidava nell’intervento piemontese per convincere Carlo Alberto a marciare contro l’Austria e a procedere all’annessione del Lombardo-Veneto. Le Cinque giornate rafforzarono il convincimento dei moderati che la salvezza stesse unicamente nella scesa in campo della monarchia sabauda. Come confessò il 23 marzo Casati, che nel frattempo era giunto alla guida del governo provvisorio, a Castagnetto, segretario personale di Carlo Alberto, egli caldeggiava l’immediata fusione al regno subalpino “per iscongiurare l’anarchia” e prevenire l’avvento della repubblica sociale.

Effettivamente fu il soprassalto popolare a decretare il successo della rivoluzione milanese. Gli scontri vittoriosi e le barricate nelle strade della città furono sostenuti fondamentalmente da artigiani e operai, capitanati da un manipolo di democratici, con enorme stupore della guarnigione asburgica presa di contropiede dall’impeto di massa.

Per quanto titubante Carlo Alberto il 23 marzo si decise a dichiarare guerra all’Austria. Vari e concorrenti motivi causarono questo sbocco. Bisogna tenere presente che un intervento contro l’impero danubiano avrebbe significato non tenere in conto le pressioni britanniche e francesi per il mantenimento della pace e violare scientemente i trattati del 1814-1815. Inoltre l’atteggiamento degli altri stati italiani avrebbe potuto non essere benigno. Infine, benché Casa Savoia fosse riluttante ad immedesimarsi con una causa che si tingeva di democraticismo e repubblicanesimo lo spettro di un’accelerazione rivoluzionaria depose a favore di una svolta.

Del resto il misurato Cavour aveva impressionato la Corte con un suo articolo pubblicato sulla rivista “Risorgimento”, incitando la “monarchia sarda” a mettere da parte ogni perplessità e a non più esitare. L’esercito piemontese passò il Ticino il 26 marzo, mentre Radetzky poté ritirarsi indisturbato a Verona e nell’area del cosiddetto quadrilatero.

Tutti gli Stati italiani vollero prendere parte alla guerra nazionale contro l’Austria. Il Granduca di Toscana mandò circa settemila uomini, tra regolari e volontari; dallo Stato pontificio partirono, benedette da Pio IX, due divisioni, una di diecimila volontari sotto il napoletano generale Ferrari, l’altra di settemila regolari col piemontese generale Giovanni Durando. Il re di Napoli inviò sedicimila uomini al comando di Guglielmo Pepe ed inoltre spedì nell’Adriatico una flotta guidata dal De Cosa perché si unisse a quella sarda condotta dall’Albini.

La Sicilia purtroppo distante e in lotta per la sua indipendenza non dette che poche centinaia di combattenti e altrettanto fecero Modena e Parma dove Francesco V e Carlo II avevano prima promesso lo statuto, e poi erano scappati l’uno verso Mantova, e l’altro riparato in Francia.

L’esiguità degli appoggi offerti da Leopoldo II, Pio IX e Ferdinando II dimostravano indubitabilmente che essi erano stati obbligati dalle necessità del momento. Non si poteva credere che gli altri sovrani avessero aiutato Carlo Alberto a costituire un regno dell’Alta Italia che avrebbe con tutta probabilità inglobato il resto della penisola.

Né il governo sardo occultava il suo proposito di “piemontizzare” la guerra nazionale. Nel mese di maggio i ducati voteranno la fusione col Piemonte senza neanche attendere la fine delle ostilità e Milano si allineerà l’8 giugno. Questa condotta si rivelò controproducente. Gli iniziali alleati davanti alle velleità espansioniste del regno sabaudo in un clima di crescente diffidenza si dissociarono ad uno ad uno. Pio IX, avvertendo le difficoltà di una guerra contro una potenza cattolica, non indugiò a dichiarare con l’allocuzione del 29 aprile di essere intenzionato a difendere soltanto i confini, e Ferdinando II, il 15 maggio, richiamò le truppe.

D’altronde dopo le prime vittorie a Pastrengo e Goito e dopo la presa di Peschiera l’esercito sabaudo, sotto il comando supremo di Carlo Alberto e del generale Salasco, capo di Stato maggiore, collezionò un insuccesso dopo l’altro. Finché a Custoza i militi piemontesi non subirono uno scacco decisivo che determinò la decisione albertina di avviare i negoziati per l’armistizio che venne in conclusione siglato il 9 agosto. Falliva così un’opportunità storica per la politica di piccolo cabotaggio della destra piemontese che antepose gli interessi regionali alla causa della confederazione italiana, osteggiando il movimento dei volontari, accorsi un po’ da tutte le parti della penisola, nella comunanza ideale di poter riscattare il vessillo della patria ridotta in soggezione.

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