Nazionalsocialismo

Quando si usa il termine nazionalsocialismo solitamente ci si riferisce alle vicende legate all’affermazione e allo sviluppo del movimento politico fondato da Adolf Hitler nel 1920 e che per convenzione e concisione si abbrevia in nazismo.

La denominazione rimanda tuttavia ad altri significati corrispondenti ad altrettante diverse fenomenologie storiche. In una forma generica essa sta a rappresentare quelle dottrine o correnti politiche del socialismo di marca nazionale, alternative od opposte allo spirito internazionalista consentaneo alle tendenze marxiste o consimili.  Tuttavia, nell’uso più corrente il nazionalsocialismo sta ad indicare il fenomeno storico dell’ascesa del partito hitleriano.

Nell’analisi delle origini storiche del movimento nazionalsocialista non si possono non considerare gli effetti della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale. Il diktat di Versailles pesò sugli orientamenti dell’opinione pubblica tedesca, abbacinata dalla leggenda della “coltellata politica”, determinando un contraccolpo sul piano politico.


Sul piano storico la critica ha individuato altre componenti che confluiscono nel sorgere del nazionalsocialismo : la reazione tedesca all’occupazione napoleonica, il fallimento del liberalismo nei moti quarantotteschi e la politica militar-conservatrice di Bismarck a partire dal 1871.

Ugualmente conviene osservare che la matrice ideologica del nazismo trasse ispirazione da correnti che erano nate come reazione ai problemi posti dall’unificazione politica della Germania e dalla modernizzazione economica nel secolo XIX.

L’avvento del nazismo fu possibile per una catena di fattori concomitanti e convergenti. La debolezza della tradizione democratica e liberale che rese possibile la persistenza degli aspetti autoritari della storia politico-istituzionale della Germania; la permeabilità del corpo sociale alle tendenze nazionalistiche ed imperialistiche come conseguenza del ritardo e dell’incompiutezza della formazione di uno stato nazionale tedesco; gli effetti destabilizzanti della sconfitta nella prima guerra mondiale e il malcontento dovuto alle sistemazioni della pace di Versailles che per un verso ferirono gravemente l’orgoglio nazionale tedesco per l’altro additarono il governo democratico come responsabile dell’umiliante trattamento ricevuto dalla Germania, che si era arresa al nemico accettando il fardello delle riparazioni; la crisi latente e la malattia congenita della repubblica di Weimar che non godette mai di un cospicuo supporto popolare; l’impatto della depressione economica- col crollo del marco ed una catastrofica inflazione- sulle strutture statuali ancora irretite dalla sopravvivenza di residui feudali; il timore che allignava nella classe media di un regresso sociale e dell’espropriazione dei propri averi per mano dei comunisti; la situazione critica nelle campagne minacciate dalla rivoluzione tecnologica arrembante.

Da questo punto di vista le zone agricole, furono un serbatoio in cui la protesta di destra attinse. Nella Baviera rurale Hitler comprese le potenzialità della nuova corrente nazionalista, antidemocratica e antirepubblicana. Questa regione divenne il teatro e il centro di gravità dell’agitazione nazionalista che, prendendo le mosse dalla denuncia del trattato di Versailles, propugnava il rovesciamento della repubblica e l’instaurazione di un regime autoritario. Anche Hitler partì dalla frustrazione provocata dall’onta della sconfitta e dall’ignominia della pace imposta dai vincitori per approdare alla necessità dell’impegno in politica. Fu così che egli nel settembre 1919 aderì al piccolo Partito dei lavoratori (DAP). Il programma di questo gruppo, ispirato dal giornalista Dietrich Eckart e dall’ingegnere Gottfried Feder, fu esposto dallo stesso Hitler il 24 febbraio 1920 nella sala delle feste della Hofbräuhaus.

La gran parte dei punti programmatici era espressione di una demagogia populista che ben si attagliava alle opinioni radicali in quel momento espresse dalle classi inferiori, e perciò destinati ad essere gettati nel dimenticatoio, ma altri come la richiesta della revisione del trattato di Versailles, la creazione di un forte potere centrale statale e l’unione di tutti i tedeschi in una Grande Germania avrebbero avuto ben altra sorte. E il punto che ostentava la concezione antisemita dell’organizzazione rappresentava un sinistro avvertimento: gli ebrei avrebbero dovuto lasciare i loro incarichi, essere esclusi dal giornalismo e perdere la cittadinanza, mentre coloro i quali si fossero stabiliti in Germania dopo il 2 agosto 1914 dovevano essere espulsi.

Un’altra fonte dalla quale estrarre gli aspetti salienti del credo hitleriano è il Mein Kampf , quasi un vangelo del nazismo, che egli scrisse durante i mesi prigionia, dopo il fallimento del “putch della birreria”. Questo libro, il cui primo volume venne fatto stampare nell’autunno del 1925, contiene una esposizione precisa della Weltanschaung nazionalsocialista e dei suoi concetti chiave. La superiorità della razza ariana, il Führerprinzip (principio della guida), lo spazio vitale, o Lebensraum, l’anschluss, tutti gli strumenti dell’arsenale ideologico erano organicamente sviluppati e sistemati in un unico e fascinoso ordito teorico per la realizzazione del poderoso disegno hitleriano. La dottrina nazionalsocialista trovò la sua ispirazione e formulazione anche in testi come Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg.
Facendo appello alla essa si atteggiava ad elaborazione totale della vita e del mondo, imperniata sull’idea di Volk (popolo o nazione), che indica in tedesco una comunanza etnica originaria basata sull’affinità di sangue e sulla comune terra. Il popolo tedesco, in virtù della sua purezza originaria ariano-nordica, e qui s’innestava il mito barbarico della superiorità razziale, si sarebbe dovuto strutturare in Volksgemeinschaft, ossia come comunità solidale tra i soggetti. Compito principale dello Stato, secondo la Volksstaaat, sarebbe stato quello di preservare gli elementi primordiali della razza, “generatori della civiltà e creatori della bellezza e della dignità di un’umanità superiore”. Il concetto di razza dunque, messo al centro della vita generale e scopo supremo dello stato nazionale, è importantissimo come regolatore della teoria dello stato e nella concezione del mondo nazista. Esso rappresenta la forza fondativa dell’identità collettiva e sulla quale si regola l’insieme delle relazioni sociali. In questo quadro l’uomo, piuttosto che essere concepito come individuo, in controtendenza con le teorie contrattualistiche e similari, era considerato fondamentalmente in qualità di membro della comunità in un rapporto di unità e di coordinazione con gli altri associati.

Quando il nazionalismo giunse al potere nel 1933 la Germania divenne, e si capisce il perché, un regime totalitario. Attraverso un processo d’identificazione, Gleichschaltung, la società e le istituzioni furono ristrutturate da cima a fondo. Le donne, la gioventù, i lavoratori, la polizia, furono modellati secondo i dettami della concezione nazista. Tutte le risorse vennero mobilitate per il raggiungimento dei fini ideologici tanto in politica interna quanto in politica estera. Tremenda e funesta fu l’applicazione del teorema hitleriano della superiorità razziale e del corollario antisemitico.
Milioni di ebrei vennero sterminati in appositi campi di concentramento mentre la politica di occupazione durante la seconda guerra mondiale fu improntata all’asservimento dei popoli slavi. 

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1 Commento

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Una risposta a “Nazionalsocialismo

  1. Paolo Sizzi

    Il socialismo applicato alla Nazione e non all’internazionalismo.
    Un’intuizione divina.

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