Risorgimento

Ordinariamente con il termine Risorgimento si fa riferimento alla dinamica storica che condusse alla formazione dello Stato unitario in Italia con la presa di Roma il 20 settembre 1870. La parola, circolante già nel mezzo del Risorgimento stesso e divenuta di uso corrente nella pubblicistica politica, nella storiografia e nei testi scolastici nei decenni immediatamente a ridosso dell’unità, ha una chiara radice ideale, in quanto derivò dal concetto che la nazione italiana dovesse “risorgere” dallo stato di prostrazione e di decadimento in cui versava per riprendere il filo conduttore di un passato glorioso di libertà politica e di prosperità economica e restaurare nel mondo la missione di guida morale e spirituale che aveva avuto nell’antichità e nell’età medioevale, o in ogni caso interpretare una funzione civilizzatrice e di progresso in accordo con le sue celebrate tradizioni.

Nel quadro della storia europea l’unificazione italiana assunse una eco pari alla costituzione del Reich bismarckiano. Maturata negli anni seguenti la fallimentare esperienza della I guerra d’indipendenza nel 1848-1849, l’unità della penisola si concretizzò in gran parte tra il 1859 e il 1860 e giunse a compimento con l’annessione del Veneto e la conquista di Roma nel 1870.

In quanto movimento per l’indipendenza e l’unità nazionale il Risorgimento può farsi rientrare nel generale processo europeo di emancipazione delle nazionalità in stretta connessione con i fermenti liberali e democratici che furono l’espressione politica delle rivoluzioni borghesi nell’Europa continentale. Tuttavia il fenomeno in sé solo parzialmente presentò delle analogie con gli eventi rivoluzionari che contraddistinsero quell’epoca. Infatti la realizzazione dello Stato unitario si giovò principalmente dell’azione espansiva del Piemonte sabaudo che procedette per successivi ingrandimenti territoriali. L’iniziativa rivoluzionaria se ebbe un peso, come lo ebbe, non andò oltre la funzione complementare e subordinata a quella del partito dei moderati che in Cavour trovò un geniale stratega.

Sotto questo profilo una certa critica attenta ai movimenti sociali ha teso a sottolineare come certe deficienze del fenomeno risorgimentale risalgano proprio alla debolezza della spinta rivoluzionaria che consegnò un retaggio non totalmente positivo allo Stato unitario. Di certo la risultante compagine statale fu un fatto nuovo, diverso dalle formazioni politiche esistite in Italia durante l’antichità e il Medioevo, con una fisionomia di tipo moderno e collegata allo sviluppo capitalistico e industriale in corso, ma difettosa quanto alla sua base sociale e al sentimento di appartenenza (idem sentire).

Secondo Piero Gobetti, che scrisse la raccolta di saggi “Risorgimento senza eroi”, il carattere minoritario del Risorgimento infirmò la solidità dello Stato liberale che nacque gracile in partenza. In definitiva la fase risorgimentale, essendo opera di una cerchia ristretta che finì per adattarsi ad un compromesso con le vecchie classi dirigenti, non riuscì ad attuare una profonda trasformazione. Questa “rivoluzione fallita” generò di conseguenza un ordinamento liberale dai piedi di argilla non rispondente ai bisogni di rinnovamento delle grandi masse e incapace di evolversi in democrazia matura, giocoforza destinato a crollare sotto i colpi del fascismo.

Di pari passo Antonio Gramsci, da studioso, criticò il Risorgimento come una rivoluzione incompleta. Nelle sue acute riflessioni contenute nei suoi quaderni dal carcere, approfondimento di intuizioni precedenti, il pensatore marxista indicò nella inattuata riforma rurale, che lasciò invariato il peso dei residui feudali e della rendita fondiaria, l’aspetto di maggior carenza; di qui la vulnerabilità delle istituzioni prefasciste. Per spiegare i motivi dell’egemonia dei moderati sul processo unitario il teorico comunista ricorse all’analisi della struttura di classe. Egli individuò nell’assenza di un rapporto organico con le masse contadine che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione italiana il motivo principale dell’insuccesso dei democratici e della passività popolare, le cui reali esigenze non trovarono sbocco in un programma storico che le indirizzasse e le illuminasse.

Naturalmente l’interpretazione gramsciana fu oggetto di discussione e di polemiche. Rosario Romeo nel 1959 nell’importante libro “Risorgimento e capitalismo” s’incaricò di demistificare la tesi della rivoluzione agraria mancata, invalsa nella euristica marxista. Rovesciando il presupposto gramsciano, egli andò sostenendo che la precondizione della accumulazione originaria del capitalismo italiano e del susseguente sviluppo economico, fu rappresentata proprio dalla conservazione di un determinato assetto dei rapporti proprietari nel mondo agricolo.

Prima di Romeo una immagine positiva dell’Italia liberale e borghese fu offerta da Benedetto Croce nella “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, pubblicata nel 1928. Sulla scia della visione di A. Omodeo, il quale, reagendo alla lettura gobettiana, riaffermò il valore e la utilità dell’azione intrapresa dalla minoranza liberale nel Risorgimento, il filosofo abruzzese presentò la vicenda risorgimentale, segnatamente nella sua “Storia d’Europa nel secolo decimonono” del 1932, come parte integrante della storia europea ottocentesca intrisa e gravida di ideali liberali; sicché nella linea di sviluppo della civiltà liberale lo Stato unitario rappresentava un degno frutto, laddove il fascismo era soltanto una parentesi ingloriosa e limitata nel tempo.

Rispetto alla storiografia apologetica che infuriò durante il periodo fascista, per lo più permeata dalle esigenze propagandistiche di regime, questa tendenza ebbe il pregio, malgrado il suo giudizio partigiano in pro del liberalismo, di difendere la ricostruzione rigorosamente storica contro la deformazione caricaturale.

Qualche affinità con la posizione di Omodeo e Croce si può riscontrare nell’opera di Luigi Salvatorelli. Questi nei volumi “Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870” del 1935 e in “Pensiero e azione del Risorgimento” scritto nel 1943 richiamò l’attenzione sul concorso dialettico fra l’iniziativa di Mazzini e quella di Cavour, enfatizzando però più la prima a scapito della seconda. Ciò comportava una valutazione in parte non benevola sulla costituzione dello Stato liberale prefascista travolto dalle sue stesse incompiutezze.

Un’altra questione che ha orientato il dibattito storiografico è stata quella delle origini cronologiche del Risorgimento. In base ad una tesi tradizionale il terminus ad quem viene ad essere il 1815, data del Congresso di Vienna e della Restaurazione. Tuttavia alcuni fanno risalire indietro nel tempo al secolo XVIII e in particolare all’epoca rivoluzionaria e napoleonica il sorgere di un sentimento nazionale che si sarebbe sviluppato grazie alla dominazione francese in Italia tra il 1796 e il 1815. In questo periodo storico si diffusero nella penisola i principi della rivoluzione francese, e attraverso l’abolizione degli Stati assolutistici particolaristici si posero le premesse di un movimento nazionale indipendente.

Per converso non è mancato chi ha svalutato il contributo della rivoluzione francese per dare risalto alla funzione unificatrice della dinastia sabauda. Per tale teoria le origini del Risorgimento vanno spostate all’inizio del settecento quando con i trattati di Utrecht (1713) e di Aquisgrana (1748) si accentuò la rilevanza dello Stato dei Savoia.

Un apporto indispensabile e prezioso allo studio e alla comprensione del Risorgimento lo ha svolto la ricerca sulle fonti. Essenziale a tale riguardo fu il rinnovamento che si delineò verso la fine dell’ottocento che dipartì la ricerca in due filoni. Il primo influenzato dal metodo storico positivistico si risolse in una intensificazione del lavoro di ricerca documentaria libera da interessi di partito o da preoccupazioni apologetiche. Il suo inizio si può datare dal 1897 allorché Casini e Fiorini cominciarono a pubblicare la “Biblioteca storica del Risorgimento”, collana che avvalendosi del finanziamento statale riuscì a racchiudere centinaia di volumi, in prevalenza edizioni di fonti e ricostruzioni filologiche. Sempre in linea con questo indirizzo fu la fondazione della “Società nazionale per la storia del Risorgimento” nel 1907, diventata nel 1934 “Istituto per la storia del Risorgimento italiano” avente come organo la “Rassegna storica del Risorgimento italiano”. Fonti importanti riguardanti la storia diplomatica sono state curate dall’”Istituto storica per l’età moderna e contemporanea” fondato nel 1934.

Il secondo filone di studi che si definì alla fine dell’ottocento e agli inizi del novecento ha rivestito una maggiore importanza per la storia delle interpretazioni del Risorgimento. Più che costituire una scuola di pensiero o un a tendenza omogenea nacque dalla confluenza di studiosi di varia estrazione uniti dall’intento di sviscerare problemi lasciati insoluti dal processo risorgimentale. Essi rivolsero l’interesse verso l’economia, la transizione dal feudalesimo al capitalismo, la storia della proprietà terriera e dei contadini, la storia dei partiti e delle ideologie politiche, i movimenti religiosi. Opere di grande stimolo e veramente feconde furono pubblicate da Einaudi, Pugliese, Anzilotti e Salvemini che col suo “I partiti politici milanesi nel secolo XIX” diede il primo esempio di una storia sociale dei partiti politici.

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