Antifascismo

L’antifascismo fu il movimento di reazione all’ascesa storica del fascismo che incluse nelle sue fila un multiforme arco di forze di matrice ideologica finanche antinomica ma accomunate da una medesima finalità.

La storia dell’antifascismo italiano nasce come resistenza all’assalto delle squadre irregimentate nel movimento fascista che mirava a scompaginare con la violenza i centri vitali dell’associazionismo operaio e ad instaurare un regime illiberale.

Poche voci spesso inascoltate ed isolate ne decifrarono sin dall’inizio la pericolosità. Liberali, democratici e cattolici si illusero di poter rimuovere il fenomeno , o di farlo rientrare nell’alveo costituzionale , una volta utilizzato contro i partiti della sinistra. In questa prospettiva va letta la partecipazione di ministri liberali e popolari al primo gabinetto Mussolini (ottobre-novembre 1922). Purtuttavia personalità singole e intellettuali di grande levatura sottolinearono a più riprese l’urgenza di una risposta più decisa per sbarrare il passo all’onda montante del fascismo.

Strada facendo il fronte degli oppositori si accrebbe in numero e in prestigio. Ma ormai il fascismo aveva attecchito negli strati più profondi della società interpretandone esigenze autentiche così come pulsioni regressive. Essenziale fu il sostegno dato al fascismo da settori della classe dirigente , borghesi , imprenditori e parte dell’amministrazione statale, per stabilizzare l’ordine sociale turbato dagli sconvolgimenti causati dalla guerra.

Nella fase iniziale di una vera e propria resistenza di massa al fascismo non si può parlare anche se le analisi più recenti ci indicano che prima del suo definitivo avvento la situazione sociale restò in bilico.

Innanzitutto nel campo degli alleati naturali o virtuali del fascismo non vi era completa omogeneità. I nazionalisti, che avevano ottenuto dei rappresentanti nell’esecutivo, non si lasciarono annettere del tutto alla politica fascista e sovente entrarono in urto con gli indirizzi definiti; le camice nere, agitando di continuo il motivo della vittoria mutilata toccavano corde sensibili per le associazioni dei combattenti che tuttavia non avevano perduto certi filoni di apertura democratica, ereditati dall’interventismo democratico. Vi era poi l’opposizione a titolo personale di certuni uomini politici e di alti funzionari dello stato che espressero il loro dissenso al fascismo in forma aperta o sorda. Gente come Carlo Sforza ex ministro degli esteri e allora in forza all’ambasciata di Parigi , o come Francesco Saverio Nitti , già presidente del consiglio, non si tirarono indietro nella difesa dei loro valori di fondo magari allontanandosi da posizioni di prestigio.

Più importante di tutte fu però l’opposizione organizzata dei partiti socialista e comunista. I socialisti da tempo avevano perso la loro battaglia e assistevano con costernazione ad un lento ripiegamento dell’area militante; l’ultima defezione era stata quella del segretario generale della Confederazione del Lavoro Ludovico d’Aragona che aveva abbandonato la lotta. Ma con tutto ciò il grosso del partito non mollava.

I comunisti va da sé erano in prima linea nella protesta contro il fascismo e nondimeno la loro azione almeno in questi primi anni non fu particolarmente incisiva, vuoi per il non eccessivo numero di attivisti di cui disponevano vuoi per l’ingombrante fardello della polemica antisocialista e antiborghese che li limitava nella possibilità di stringere alleanze a largo raggio. Rimane che la volontà di lotta antifascista tanto dei leaders quanto dei semplici aderenti non fu scalfita dalle evidenti ristrettezze dell’impianto tattico e strategico.

Quanto alle restanti correnti politiche si barcamenavano nel tentativo di frenare l’emorragia di consensi allo schieramento fascista; solo le minoranze si sforzarono di serrare i ranghi per mantenere alta la fiaccola dell’opposizione.

Nel complesso però l’area liberal-democratica , tranne singoli deputati come Giovanni Amendola che porteranno avanti una coraggiosa opposizione costituzionale, tenne una condotta fiancheggiatrice e temporeggiatrice. Sicché i suoi esponenti non contrastarono la riforma della legge elettorale ( legge Acerbo approvata alla Camera il 23 luglio 1923 ) e nelle elezioni del 1924 liberali come Salandra e Orlando s’intrupparono nel cosiddetto “listone fascista”.

In ambito popolare invece , don Luigi Sturzo fece molta fatica nel Congresso di Torino dell’aprile 1943 a guadagnare il partito alla linea dell’autonomia in contrapposizione al’ala destra clerico-fascista che più tardi confluirà nel movimento di Mussolini. Ciò non impedì comunque la sua sconfitta il 10 luglio 1923 allorché fu costretto dal suo stesso partito a lasciare la segreteria finché su pressione dell’alta gerarchia vaticana non emigrò dall’Italia.

Grande contributo di originalità e intransigenza venne dalla rivista “La rivoluzione liberale” , diretta da Piero Gobetti. Alle titubanze e connivenze dei liberali storici egli oppose il disegno di un rinnovamento e di un allargamento delle basi della democrazia liberale in Italia riponendo la fiducia nella giovane pianta del movimento operaio quale forza di contrasto al fascismo.

D’altro canto le elezioni del 6 aprile 1924 , sebbene segnate da un clima di sopraffazione , dimostrarono che la situazione non era compromessa del tutto e che esistevano ampi margini per l’opposizione, che ricevette il 40% dei voti, di fare breccia in larghe fasce di popolazione.

Una data storica , vero turning point nell’evoluzione della lotta antifascista, fu l’uccisione di Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924.

L’eliminazione di uno dei più irriducibili combattenti antifascisti radicalizzò lo scontro politico precipitando il paese in una crisi senza precedenti. Seguì una fase di sbandamento da entrambe le parti. Mussolini e il suo entourage al cospetto dell’indignazione morale che saliva nel paese e incalzati dal rifiorire della libera stampa furono presi dallo sconcerto e barcollarono, come confessò in privato lo stesso leader del fascismo.

Gli antifascisti si divisero sulla politica da seguire , gli uni favorevoli ad una tattica legalitaria facente perno sull’aventinismo, che implicava l’astensione dai lavori parlamentari; gli altri, massimamente i comunisti, altrettanto risoluti nella denuncia e nella condanna morale del fascismo , spingevano affinché si passasse ad un’azione di massa.

Le incertezze e le organiche debolezze dell’opposizione dell’Aventino, unite al fatto che la Corona restò insensibile alle sollecitazioni degli oppositori e non se la sentì di revocare l’incarico a Mussolini, consentirono al fascismo di rimontare la china. A tambur battente e con maggiore energia il capo del fascismo marciò verso l’instaurazione della dittatura e la cancellazione delle residue libertà.

Sotto l’impressione dell’attentato Zamboni del 31 ottobre 1926 il consiglio dei ministri inasprì le sanzioni contro gli espatri clandestini all’estero, revocò i direttori responsabili della stampa antifascista, sciolse i partiti , dichiarò decaduti 120 parlamentari aventiniani, istituì il confino di polizia e un servizio di investigazione e vigilanza presso la milizia e infine approvò un provvedimento legislativo per la “difesa dello stato” che introduceva l’esecuzione capitale per reati politici e creò il Tribunale speciale.

Frattanto nell’area della sinistra comunista si facevano strada nuovi orientamenti che , seppur tardivi , influenzeranno il corso della successiva vicenda antifascista. Per merito di Antonio Gramsci con le Tesi di Lione si superò la ristretta e settaria visione di Amedeo Bordiga per approdare ad una lettura del fascismo più calzante e aderente alla realtà , e ad una impostazione politica fondata sull’alleanza tra operai e contadini.

Contemporaneamente anche nella corrente socialista le riflessioni di alcuni giovani intellettuali offrirono spunti originali che costituiranno il germe di un riarmo spirituale e politico. In riviste come “Quarto Stato” , periodico milanese fondato da Pietro Nenni e Carlo Rosselli, già si trovava espressa la volontà di andare oltre i tatticismi dell’Aventino per entrare nella fase dell’azione illegale. D’altra parte dopo le leggi eccezionali del 1926 non era più possibile proseguire la lotta sul piano della legalità istituzionale. I cattolici del partito popolare , dopo l’arresto del segretario Alcide De Gasperi rinunciarono all’attività clandestina, anche perché il Vaticano persistette sulla linea collaborazionista.

I liberal-democratici , da parte loro , si attestarono su posizioni alquanto critiche ma la loro azione alla Camera per iniziativa di Giolitti , e al Senato con Ruffini , alimentata sul piano culturale dalla denuncia di Croce esercitata sulla rivista “La Citica” , non dava frutti e giocoforza risultò velleitaria.

Repubblicani e socialisti trasportarono il loro quartier generale all’estero. Quella dell’emigrazione politica fu una misura obbligata in concomitanza con la stretta repressiva del regime. Nitti, Turati , Gobetti , Salvemini , ripararono tutti in terra straniera. Il fuoruscitismo riguardò anche frange popolari alle quali le spedizioni punitive degli squadristi e le vessazioni della polizia avevano reso la vita impossibile.

A questo punto l’antifascismo si spezzò in due tronconi. Da un lato si sviluppò l’antifascismo dei fuorusciti che agitava la questione italiana al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale; dall’altro vi fu l’antifascismo interno che si espose coraggiosamente alla galera e al confino.

In Italia soltanto i comunisti conservarono basi operative in condizioni di clandestinità malgrado l’arresto di centinaia di attivisti e nonostante che il gruppo dirigente avesse perso Gramsci , imprigionato l’8 novembre 1926.

Intanto in seno all’antifascismo cominciò il periodo del ripensamento e dell’autocritica.

In Francia un’iniziativa incoraggiante per ovviare alle divergenze che tanto avevano nuociuto alla causa, fu presa con la costituzione della “Concentrazione di azione antifascista” formata dai due partiti socialisti , dalla CGL di Bruno Buozzi , dal PRI e dalla “Lega italiana dei diritti dell’uomo”. Ne restarono in disparte però i comunisti troppo invischiati nella polemica con i socialisti.

Globalmente dunque il complesso di forze promotrici della Concentrazione, in linea di massima rappresentò la riproposizione della convergenza aventiniana. Coordinata da un organo di stampa dal nome “La Libertà” , diretto a Parigi da Claudio Treves (1927-1934),che propagandava l’obbiettivo di programma incentrato su costituente e repubblica , a parte la sua meritoria agitazione di denuncia, questa ebbe un’attività limitata se non sterile. Di conseguenza qualcuno di coloro che gravitavano nell’orbita del gruppo avvertirono la necessità di un’organizzazione più efficace per tentare di avere ripercussioni in Italia.

Così nel 1929 Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Gaetano Salvemini , Cianca ecc. costituirono in Francia “Giustizia e Libertà”. Secondo la piattaforma programmatica redatta nel 1931 essa si prefiggeva il fine di una riforma agraria , la socializzazione dell’industria e il controllo operaio nelle fabbriche. Nata per rompere l’inerzia Giustizia e Libertà animò coraggiose azioni dimostrative, come il volo di Giovanni Bassanesi su Milano nel 1930, che gli attirarono le simpatie di giovani e di circoli intellettuali soprattutto estranei all’ideologia comunista.

Con analoga energia a Milano e a Torino , dopo essersi accordati con i socialisti e la Concentazione , uomini come Ernesto Rossi , Riccardo Bauer , Vittorio Foa, Aldo Garosci , tentavano di costruire una rete clandestina.

Un discorso a parte merita il partito comunista. Contrariamente al resto delle formazioni antifasciste i suoi membri furono in grado di garantire la continuità del radicamento in Italia ancorché in condizioni difficilissime, e di mantenere uno zoccolo duro di presenza organizzata , costante punto di riferimento per l’opposizione. La gamma della loro attività fu varia : propaganda e agitazione politica e sindacale , stampa illegale come l’”Unità” , “Battaglie sindacali” , “Stato operaio”.

Nondimeno nell’aprile-maggio 1928 , a seguito dell’arresto di Li Causi e D’onofrio, esponenti di punta del centro interno, il partito attraversò il rischio di un tracollo interno , e l’interruzione dei rapporti col centro esterno, già facente capo a Togliatti.

Adattata la linea politica sulla base delle indicazioni del Comintern , il partito si assestò ristrutturando il quadro dirigente. Tuttavia i comunisti subirono lo stesso e non per ragioni connesse alla lotta contro il fascismo , la menomazione del gruppo dirigente grazie alle lotte di frazione dentro al movimento, e alla pressione dovuta allo scontro con le altre correnti della sinistra. Ciò non toglie che il partito comunista, benché falcidiato da continui arresti e da migliaia di condanne del Tribunale speciale, non fosse annientato e riuscisse a reggere e a conservare le sue radici nel paese in vista di tempi migliori. Ben altra fortuna toccò ad analoghi tentativi del campo cattolico che , eccezion fatta per la Fuci e per il movimento di Azione cattolica , non si radicarono.

Episodico per durata e singolare per caratteristiche fu il caso dell’Alleanza Nazionale, costituita da Mario Vinciguerra e da De Bosis nel 1930 di stampo liberal-monarchico.

Un momento di passaggio importante per la storia antifascista fu costituito dalla vittoria del nazismo in Germania : il fascismo da fatto esclusivamente italiano si allargava a tragedia europea manifestandosi in una sembianza affatto odiosa e spietata. Di rincalzo lo stesso regime fascista subì un ulteriore metamorfosi assimilandosi alla macchina totalitaria nazionalsocialista.

A fronte del pericolo di un’involuzione liberticida , avvertito per tempo dal Comintern che inaugurò al VII Congresso la nuova linea dei fronti popolari, si verificò un riavvicinamento dei due maggiori partiti della sinistra , il socialista , unificato , e il comunista. In compenso per reazione il gruppo Giustizia e libertà propugnatore di una politica a-classista si allontanò dal partito socialista determinando come effetto di ricaduta lo scioglimento della concentrazione antifascista. Giustizia e Libertà iniziò allora una parabola discendente che si accentuò con la morte di Carlo Rosselli , deus ex machina dell’organizzazione.

Un test impegnativo e probante della nuova unità internazionale fu rappresentato dalla guerra civile spagnola (1936-1939).

La Spagna fu il terreno di scontro di potenti forze che si misurarono in una partita che accertò i rapporti di potere in Europa. E ad onta della sconfitta i fatti spagnoli costituirono uno dei punti più alti della solidarietà antifascista che saranno poi un patrimonio indispensabile per la successiva epica della Resistenza. Naturalmente il rafforzamento dello schieramento nazi-fascista a breve complicò l’esistenza al variegato arcipelago dell’antifascismo. Ne risultò un’attenuazione dei rapporti fra l’emigrazione e il centro interno.

Nel 1934 il partito socialista riprese le fila del lavoro clandestino. Tra i principali organizzatori vi furono Bruno Morandi e Lelio Basso che ricostituirono un nucleo politico in Italia. L’attività del centro diede buoni frutti ma non durò a lungo subito sospesa per via dell’ondata di arresti realizzata negli anni 1936-1937.

Fra il 1936 e il 1940 a mano a mano nel paese prese corpo la lenta formazione di un nuovo tipo di antifascismo , per lo più legato ai giovani e agli intellettuali , basato sul crescente ripudio dell’asse italo-tedesco , sulla non condivisione delle leggi razziali e su una certa insofferenza per il clima stagnante della cultura.

La seconda guerra mondiale portò lo scompiglio nel campo antifascista. La firma del patto Molotov-Ribbentrop segnò la rottura tra comunisti e socialisti che con la nuova direzione di Saragat e Tasca spostarono il baricentro più a destra. In Italia le sparute minoranze , mal collegate e deficitarie in quanto a linea politica non furono capaci di recitare una parte credibile per contrarrestare la decisione di intervenire in guerra presa il 10 giugno 1940.

Eppure l’andamento del conflitto mondiale , in fondo subito dalla maggioranza degli italiani , con i suoi effetti devastanti e sanguinosi che incrinarono il rapporto di fiducia con il regime mussoliniano , riaprì il discorso dell’opposizione politica antifascista.

Col tempo, con il profilarsi della disfatta del nazi-fascismo si riaccese la speranza di determinare un varco tra le masse non più ubriacate dall’ideologia guerrafondaia ma ormai in preda alla disillusione e alla disperazione. A riprova si possono citare gli scioperi del marzo 1943 nelle città industriali del nord.

Su questa spontanea presa di coscienza del popolo italiano si creò uno spiraglio per l’agire politico delle forze organizzate. Queste peraltro ripresesi dallo shock della guerra s’incamminarono sulla via di una riconciliazione politica che sboccò nella creazione a Roma del Comitato di liberazione antifascista (9 settembre 1943), composito aggregato unitario di tendenze che andavano dai comunisti ai cattolici.

Ripercorrendo a ritroso le tappe più significative di questo processo di riaggregazione e di unificazione, esse furono il patto di unità tra il PSI e il PCI siglato nel settembre 1941, la nascita del partito d’azione nel luglio 1942 , dalla confluenza di Giustizia e Libertà e dei gruppi liberal-socialisti , la ricostituzione del centro interno comunista , la riorganizzazione socialista del MUP di Lelio Basso , la nascita del partito liberale e della democrazia cristiana dalla confluenza di spezzoni liberali e cattolici.

L’allargamento dell’unità di azione antifascista diede alimento alla lotta partigiana resistenziale. Durante la Resistenza l’antifascismo approfondì le tematiche originarie attraverso la riproposizione e la riaffermazione dei valori di libertà, giustizia e democrazia che rappresenteranno le basi di principio dell’ordinamento sociale e costituzionale sorto sulle ceneri del regime fascista. Ancora oggi l’antifascismo, che ha trovato riconoscimento giuridico in una delle disposizioni transitorie della costituzione del 1948, che dispone il divieto di ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma, è parte del bagaglio ideale dei partiti democratici.

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