Lost (quarta stagione)

Se il Destino impone la sua legge in modo inesorabile non siamo costretti a impegnarci su ciò che è bene e ciò che è male? Se il Destino s’impone come necessità ineluttabile è evidente che la determinazione individuale a seguire il corso inesorabile degli eventi è potenziata al massimo. La volontà diviene dovere, attività necessaria portata alle estreme conseguenze. Jack e John sono i dioscuri della logica del destino.

Perché si afferma ed è sempre meno messa in discussione l’autorità di Locke e Jack? Certo c’è un processo di deterioramento delle relazioni tra i sopravvissuti al disastro. I rapporti si fanno più difficili e s’imbarbariscono. Prevalgono gli atteggiamenti autoritari e le spinte individualistiche. La sfiducia, il sospetto si diffondono.

Ma la verticalizzazione delle relazioni che emerge all’interno dei gruppi con il prevalere della figura del capo con atteggiamenti dittatoriali sembra da ricondursi alla intrinseca concezione del destino. E’ un “altro” che guida e ispira il nostro agire inesorabile. Ben dice chiaramente a Locke che per ritrovare la strada deve rivolgersi a Jacob.

Quando Locke entra nella capanna per parlare con Jacob chi trova? Un padre (di Jack) e una figlia. La menzogna serve per salvare gli altri (uomini), così si conclude la quarta stagione. La bugia è salvifica. La realtà va nascosta. L’uomo può salvarsi mentendo. Deve farlo.

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