Old boy (la verità non rende felici)

Un uomo di mezz’età ad un certo punto della sua vita viene catturato e rinchiuso in una prigione. Qualcuno, sconosciuto, ha deciso di prelevarlo e fargliela pagare sbattendolo in una stanza di un edificio difficile da identificare trasformato per l’occasione in un carcere privato. Per quindici anni viene tenuto in uno stato di reclusione ma l’imprigionato non sa perché. Quali colpe ha commesso per meritare quella sanzione così dura? La prima reazione del personaggio Dae Su (colui che sta bene con gli altri) è il desiderio di vendetta. Non si può non coltivare l’idea di regolare i conti con il responsabile (chi?) di un atto punitivo che è senza spiegazione, incomprensibile, perciò atroce e ingiusto.
Da qui si dipana il significato del testo di Park Chan Wook. La vis vendicativa diventa un percorso conoscitivo. Il movente costituisce l’impulso dell’attività di conoscenza che è storica perché deve risalire ad un motivo passato. Pian piano ciò che è rivolto ad un soggetto esterno, l’autore del misfatto contro cui si cerca vendetta, si rivolge contro l’interno, contro la persona che ha subito il torto.
Lo slittamento ha una doppia valenza. Da un lato vuole dire che trasferire al di fuori di sé la ricerca del senso è fuorviante; dall’altro assume una nota chiaramente metaforica poiché invita a ricercare la causa della colpa nell’uomo in quanto genere, in quanto essere, che alla fine scoprendo la verità non può che autopunirsi essendo lui stesso ragione di colpevolezza.
Il dramma, perché questo è un dramma, sta nel rapporto di tensione tra coscienza e inconsapevolezza. La verità in
fondo ci rende infelici, è un tormento peggiore della prigione se aspiriamo a raggiungerla col passare del tempo.

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